"Accusano me del crac Parmalat ma tacciono su Lehman Brothers"

Intervista a Luca Sala, ex dirigente della Bank of America sotto inchiesta per il dissesto di Tanzi & C.

da Milano

Al termine della sua requisitoria, il pm Francesco Greco ha chiesto per lui sei anni di carcere. Una pena elevata, la più alta nel processo Parmalat dopo quella richiesta per Calisto Tanzi. Luca Sala, 44 anni, era negli anni Novanta l'uomo di punta di Bank of America in Italia. Ora il suo mestiere, come direbbe ironicamente Giulio Andreotti, è quello dell'imputato. Sala è stato arrestato due volte e deve difendersi su tre fronti: Milano, Parma e la Svizzera. Questa intervista è la prima che concede dopo l'esplosione dello scandalo, a dicembre 2003.
Dottor Sala, si aspettava una richiesta di condanna così dura?
«Francamente mi sento come un prigioniero di guerra costretto a giocare una partita con l'accusa. Però io non so bluffare: non mi resta che andare a vedere a ogni loro rilancio. Hanno cambiato la loro accusa nei mie confronti ben cinque volte. Così come mi è stato proposto a Milano di patteggiare a pene insignificanti».
E lei?
«Non ho accettato perché non ho responsabilità per quello che è successo a Parmalat».
A Bank of America il pm attribuisce però la responsabilità di aver ingannato i risparmiatori nella vicenda Parmalat.
«Questa è una mistificazione. Bank of America non ha mai piazzato un solo bond ai risparmiatori. Le operazioni di Bank of America con Parmalat erano a esclusivo appannaggio di investitori istituzionali americani che avevano la professionalità e la competenza necessarie per valutare in modo indipendente l'affidabilità di Parmalat».
Allora chi ha piazzato i bond ai risparmiatori?
«Mi risulta che l'abbiano fatto per lo più le banche italiane che però stranamente non sono sul banco degli imputati qui a Milano».
Ma la Procura dice che Bofa sapeva che Parmalat era in cattive acque già molti anni prima del fallimento.
«Questo è assurdo per almeno tre motivi. Il primo è che dal crac Parmalat Bofa ha perso centinaia di milioni di dollari. Il secondo, tecnico: esiste un parametro inconfutabile per capire come è percepito dal mercato finanziario il rischio di default di una società: il costo dei credit default swap, una specie di assicurazione contro i rischi di default. Fino ai primi giorni di novembre 2003 (Parmalat è fallita il mese dopo) il rischio di credito per la Parmalat costava solo poco più del 2%. Se si fosse saputo che Parmalat era a rischio default, quel costo sarebbe schizzato al 20-30%, cosa che è avvenuta solo poche settimane prima del default. Ma c’è anche un motivo pratico: non è immaginabile che a tutti i dipendenti di banca (e le assicuro che sono stati tantissimi negli anni) che a vario titolo curavano le operazioni con Parmalat venisse chiesto di fare una specie di giuramento di non dire a nessuno che Parmalat era fallita. Non è credibile. Stando all'accusa, anche Bofa, una delle più grandi banche del mondo, era una specie di banda bassotti che passava tutto il tempo a tramare per assaltare il deposito di zio Paperone-Parmalat».
Ma l’accusa dice che avevate tutti gli strumenti per sapere.
«Noi avevamo gli stessi strumenti che avevano tutti gli altri operatori finanziari che hanno giudicato Parmalat un soggetto con un elevato rating di affidabilità fino a quasi tutto il 2003. Erano altri che avevano il compito istituzionale e gli strumenti investigativi per poter capire. Ma non mi pare che abbiano fatto o capito granché».
Mi scusi, allora perché sul banco degli imputati ci sono i dipendenti di Bofa?
«Bank of America è una delle principali banche al mondo. Puntare sulla responsabilità di Bofa vuol dire mettere le mani su un piatto molto ricco. Questo spiega l'accanimento di molti soggetti nel voler perseguire Luca Sala».
L’accusa ha collegato la vicenda Parmalat ai volteggi della finanza americana, terminati in queste settimane con un susseguirsi drammatico di schianti e fallimenti.
«Bank of America era ed è una banca commerciale e non una banca d'affari. Intanto, in questo periodo è uno dei pochi soggetti privati che insieme ai governi sta contribuendo con i propri mezzi finanziari al salvataggio delle banche d’affari (ha infatti comprato Merrill Lynch evitandone il fallimento). Però mi permetta di dire che anche questo parallelo è una mistificazione. Bank of America non ha mai offerto a Parmalat di comprare derivati o altri prodotti di finanza tossica. Ha fatto operazioni, a volte anche complesse, sempre funzionali a progetti imprenditoriali di Parmalat».
I risparmiatori però sono rimasti col cerino in mano. Come mai è accaduto questo?
«Le ripeto, Bofa non ha mai venduto un solo bond ai risparmiatori. Molte banche italiane lo hanno fatto. Alcune hanno risarcito integralmente i loro clienti. Altre invece hanno risarcito la nuova Parmalat che però non rappresenta i risparmiatori».
No?
«No, rappresenta i suoi azionisti».
E tra questi non ci sono i risparmiatori truffati?
«Guardi, questo è un mistero perché nessuno dice quanti dei risparmiatori truffati sono rimasti nella nuova Parmalat. Penso comunque che siano rimasti in pochi. I più, evidentemente non incoraggiati a restare, sono scappati prima della quotazione della nuova Parmalat. Raccogliendo le briciole dai ben più informati fondi avvoltoio che hanno rastrellato le loro azioni e obbligazioni. Anzi, le dico di più. Sa chi era già nel 2005, e ancora a marzo del 2008, il leader e il primo azionista del patto di sindacato, costituito integralmente da hedge funds, che ha eletto il consiglio di amministrazione di nuova Parmalat? Lehman Brothers».
Lehman Brothers?
«Sì, proprio la banca d'affari che a quanto pare era al centro della finanza tossica. Curioso, i pm ripetono che Parmalat è stata vittima della finanza tossica che loro dicono di voler combattere, poi però nella nuova Parmalat che attacca insieme ai pm Bank of America, l'azionista più influente è Lehman Brothers, esempio di quella finanza tossica spazzata via dal mercato».
Francesco Greco ha definito Bofa omertosa, ipocrita e arrogante. Si riconosce?
«Sono aggettivi molto offensivi ma sono solo aggettivi. Fra Milano, Parma e Svizzera sono stato interrogato una ventina di volte. Mi sono sempre ostinato a difendere la verità. E questo mi è costato moltissimo. Sono stato letteralmente massacrato sulla stampa di mezzo mondo. Mi sono presentato dai pm di Milano a febbraio 2004 mettendo a disposizione i miei averi. E da quel momento mi è stata tolta la disponibilità di tutto ciò che avevo. Ad agosto 2005 sono stato arrestato dalla Procura di Parma. E sa perché? Nell'ordinanza di arresto c’era scritto che le mie capacità tecniche erano indice di pericolosità sociale. Tanto che un giornalista scrisse che se Sala fosse stato meno bravo, non si sarebbe rovinato con il carcere le vacanze estive. Sono stato scarcerato dopo sedici giorni dal Tribunale del riesame. A febbraio di quest'anno sono stato arrestato di nuovo su ordine della Procura svizzera. Sono rimasto tre mesi in Slovenia senza che nessuno mi venisse a interrogare, e quando sono stato trasferito in Svizzera mi hanno tenuto in isolamento ventitré ore al giorno per altri due mesi. Ci sono voluti ben tre provvedimenti di scarcerazione del tribunale per costringere il pm a restituirmi la libertà. Il fatto è che fino a quando Bank of America non pagherà, io resterò prigioniero di guerra, costretto a giocarmi la vita. Ma lo farò serenamente. Ho fiducia nei giudici e nella loro indipendenza».