Accusata di adulterio, rischia la lapidazione Una donna fa litigare l’Iran con l’alleato Brasile

Le sanzioni unilaterali imposte da Unione europea e Stati Uniti e la vicenda legata alla lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna accusata di adulterio e condannata alla lapidazione in Iran per la quale si è movimentata l’opinione pubblicata internazionale, stanno mettendo alla prova i rapporti di Teheran con i suoi principali alleati latinoamericani. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad si è rivolto in più occasioni negli ultimi giorni al suo omologo brasiliano Inacio Lula da Silva, chiedendogli di non cadere nel «complotto» ordito da alcuni Paesi occidentali per incrinare il rapporto tra Iran e Brasile. Il riferimento è alla disponibilità offerta dall’alleato di concedere l’asilo politico ad Ashtiani, respinta dal governo iraniano. Il rifiuto potrebbe effettivamente incidere sul rapporto che lega l’Iran al colosso latinoamericano. Nelle ultime settimane, Brasilia ha mostrato un atteggiamento diverso da quello tenuto nei mesi scorsi, quando aveva lavorato a una mediazione che impedisse nuove sanzioni e aveva difeso il diritto di Teheran al nucleare a scopi pacifici.
Un Lula «contrariato» ha firmato il decreto con cui il Brasile si allinea alle sanzioni decise dall’Onu, ma lo ha fatto per «rispetto delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza». Il caso della donna condannata alla lapidazione, inoltre, non rappresenta certamente un fattore positivo nella relazione bilaterale, soprattutto nel momento in cui la campagna presidenziale entra nel vivo. L’Iran ha ribadito ieri che non accetterà di liberare e lasciare partire per il Brasile una donna condannata alla lapidazione e ha affermato che la mobilitazione in Occidente in suo favore è «un complotto».
Intanto in Francia, dove ieri il ministero degli Esteri aveva preannunciato una concertazione di tutti i Paesi della Unione europea per cercare di salvare la vita alla condannata, ieri il filosofo Bernard Henri-Levy ha detto di avere parlato al telefono con il presidente Nicolas Sarkozy, ottenendo il suo appoggio a una petizione contro l’esecuzione della sentenza.