Accuse a Mosca dalla vedova di Litvinenko

Mosca. Il giallo del polonio non conosce tregua. Marina, la vedova dell’ex agente del Kgb Alexander Litvinenko, accusa le autorità russe dell’avvelenamento del marito, mentre dal carcere degli Urali in cui è rinchiuso, un altro ex agente del Kgb, Mikhail Trepashkin, indica in un colonnello dell’intelligence russa (Fsb) la figura chiave dell’indagine. E intanto si precisa la traccia del polonio 210 in Germania, ad Amburgo, da dove l’uomo d’affari Alexander Kovtun il primo novembre partì per Londra e per il fatidico incontro durante cui Litvinenko potrebbe essere stato contaminato, al Pine Bar del Millennium Hotel.
«Sasha può aver accusato Putin. Ovviamente non è stato lo stesso Putin - ha detto Marina Litvinenko al Mail on Sunday - ma quello che Putin fa in Russia rende possibile uccidere un britannico in territorio britannico. Io credo che possano essere state le autorità russe». Nelle interviste rilasciate a due giornali britannici, Mail on Sunday e Sunday Times, Marina Litvinenko ha raccontato gli ultimi giorni di vita del marito, morto il 23 novembre a Londra dopo tre settimane di agonia da radioattività, e le ultime parole pronunciate dall’ex agente: «Marina, ti amo tanto». Prima di morire, Litvinenko accusò Putin della sua morte.
La donna ha dichiarato di confidare nelle autorità britanniche: «Li ho aiutati e dirò tutto quello che posso alla polizia. Io credo che riusciranno a scoprire chi ha ucciso mio marito, e questa è la cosa più importante per me». Marina Litvinenko ha quindi precisato di non essere stata contattata dalle autorità russe, ma ha aggiunto che «non le aiuterò con le loro indagini». «Non credo che diranno la verità», ha aggiunto.
Al Sunday Times, la vedova ha affermato che il marito si considerava al sicuro nel Regno Unito. «La vita in Inghilterra ci ha ingannati», ha detto, precisando che la libertà goduta nel Paese aveva dato loro la falsa impressione di essere al riparo.