Le accuse a Verdini dall'Aquila: cosa non torna

Al coordinatore Pdl si contesta l'abuso d'ufficio ma non è un pubblico ufficiale: &quot;Tutte falsità&quot;. I pm hanno fissato l'interrogatorio per lunedì, ma Verdini ha deciso di non presentarsi. <strong><a href="/interni/lunardi_unico_caso_corruzione_rovescio/13-10-2010/articolo-id=479692-page=0-comments=1">Pecorella</a></strong>: &quot;Lunardi? Unico caso di corruzione a rovescio&quot; 

Roma - «Ancora una volta, il so­lito circuito mediatico- giudi­ziario fondato su frammenti di atti d’indagine di cui non vi è neppure certezza di veri­dicità, con una continua e si­stematica violazione del se­greto istruttorio, riempie le pagine dei giornali sostenen­do falsità e imprecisioni che saranno puntualmente smentite dalla realtà dei fat­ti». È un Denis Verdini furio­so quello che detta alle agen­zie la sua stizza per l’ennesi­ma fuga di notizie provenien­te da ambienti investigativi, in questo caso vicini alla pro­cura dell’Aquila, impegnata nelle indagini sulla ricostru­zione post-sisma.

Una fuga di notizie che, con grande risalto mediati­co, ha maggiormente invi­schiato il coordinatore nazio­nale del Pdl anche nell’in­chiesta sugli appalti del do­po terremoto «solo per il rea­to di abuso d’ufficio», preci­sa una nota del Pdl. Verdini avrebbe la colpa di aver cal­deggiato l’«amico» Riccardo Fusi nell’ottenimento di ap­palti in Abruzzo con il con­sorzio «Federico II». In parti­colare, stando a un’informa­tiva del Ros, in una riunione romana alla quale era pre­sente anche Gianni Letta. Ed è proprio all’aquilano sotto­segretario alla presidenza del Consiglio che i magistra­ti abruzzesi sembrerebbero puntare, ipotizzando per Verdini,Fusi e l’altro impren­ditore Ettore Barattelli il rea­to di abuso d’ufficio in con­corso. Addebito che se per gli ultimi due è difficilmente comprensibile non trattan­dosi di pubblici ufficiali, lo è anche per Verdini, stando al­la sua difesa. Che insiste sul punto: in questo caso, e per le contestazioni specifiche, lo status di parlamentare di Verdini non lo equiparereb­be al pubblico ufficiale o al­l’incaricato di pubblico servi­zio, fatto che sgonfierebbe l’applicabilità al politico del reato ipotizzato.

Così come i legali del coor­dinatore del Pdl fanno spal­lucce e si stupiscono anche per come la posizione nell’in­chiesta del loro assistito sia potuta lievitare così tanto. L’unico ruolo di Verdini, stando a quanto emerge dal­le intercettazioni, sottolinea­no i legali, sarebbe quello di aver introdotto Fusi all’in­contro con Letta, quello da cui, secondo la procura del­l’Aquila, sarebbero poi deri­vate le commesse per il con­sorzio, per decine di milioni di euro di valore.

Qualcosa, in effetti, non tor­na. I lavori appaltati al con­sorzio «Federico II» e conte­stati nelle carte della procu­ra, non sono stati assegnati ovviamente da Verdini, e nemmeno da Letta. Gli appal­tanti sono il dipartimento di Protezione civile, il provvedi­torato alle Opere pubbliche di Lazio e Abruzzo, l’istituto bancario di cui Barattelli era membro del cda, pure il co­mune dell’Aquila. Ma non ri­s­ulta che per esempio Massi­mo Cialente, il sindaco Pd della città ferita dal sisma, sia indagato per queste gare.

Altro punto che «non tor­na» secondo il collegio difen­sivo di Verdini è il riferimen­to, nelle contestazioni conte­nute nell’avviso di garanzia inviato al coordinatore, ad appalti «solo per offerta più vantaggiosa». Ossia che, sen­za dubbio, hanno previsto un esborso minore per l’era­rio, e dunque un vantaggio per lo Stato. Tra le accuse con­siderate anomale, anche i la­vori assegnati al consorzio dalla Cassa di Risparmio del­­l’Aquila, quella nel cui cda se­deva Baratelli. Cantiere per due edifici, as­segnato con contratto priva­to, ma che in parte prevede­va soldi statali (un palazzo era vincolato dalla sovrinten­denza). Ma quei lavori non sono mai stati eseguiti. Tan­to che, ad agosto scorso, il contratto è stato risolto pro­prio per il mancato avanza­mento. Intanto la fuga di notizie che fa sbraitare Verdini, fa strepitare, almeno a parole, anche il palazzo di giustizia del capoluogo abruzzese. Ie­ri il procuratore capo del­l’Aquila, Alfredo Rossini, ha tentato così di tappare i bu­chi dell’inchiesta, scarican­do le responsabilità sulla po­lizia giudiziaria, ossia, nel ca­so di specie, sul Ros dei cara­binieri: «La stampa ha un ruo­lo molto importante, l’ho ri­badito più volte - il commen­to di Rossini - ma sembra pe­rò che ultimamente escano troppe indiscrezioni, spesso non veritiere che producono effetti che non giovano a nes­suno: le indiscrezioni co­munque non escono dalla Procura aquilana». I pubblici ministeri abruz­zesi hanno fissato per lunedì prossimo l’interrogatorio dei tre indagati. Ma Verdini, a quanto si apprende, avreb­be già concordato con i suoi legali sulla decisione di non presentarsi di fronte ai magi­strati dell’Aquila. Che, da lui, oltre a chiarire il modo in cui si sarebbe speso per age­volare «l’amico» Fusi sul fronte appalti, vorrebbero capire come mai concesse, con la sua banca fiorentina, un prestito milionario al gruppo di Fusi senza adegua­te garanzie. L’ipotesi del Ros, infatti, è che il rapporto tra Verdini e Fusi non fosse solo di consue­tudine amicale, ma di forti le­gami d’affari. Verdini, come ha già fatto nel precedente in­terrogatorio a Firenze sui suoi rapporti con l’imprendi­tore, smentisce questa lettu­ra. E la procura dell’Aquila vuole capirci di più.