Acqua all’arsenico dai rubinetti di casa

L’arsenico non è uguale per tutti. E nemmeno il fluoruro, il vanadio e il selenio, se è per questo. Con un decreto dello scorso aprile ma passato quasi sotto silenzio il presidente della Regione Piero Marrazzo ha concesso a decine di comuni del Lazio una deroga sui limiti di presenza di queste sostanze nelle acque destinate al consumo umano. Valori che sono stati nettamente alzati rispetto ai limiti fissati per l’Italia dal decreto legislativo numero 31 del 2001 in attuazione di una direttiva europea e poi successivamente precisati dal Consiglio superiore della Sanità. Aumenti sostanziosi, non semplici ritocchi: per il fluoruro il limite di 1,5 milligrammi per litro è stato portato a 2,5; per il selenio si raddoppia, da 10 microgrammi litro a 20; per il vanadio si triplica, da 50 a 160 microgrammi litro. Il caso limite è però quello dell’arsenico, il cui tetto è addirittura quintuplicato: secondo il legislatore il limite tollerabile è di 10 microgrammi litro, per il governatore del Lazio è di 50.
Nulla di illegale, per carità. Tutto infatti è previsto da un decreto del 30 dicembre 2006 firmato dal ministro della Salute di concerto con il collega dell’Ambiente, che stabilì la possibilità della Regione Lazio di derogare alla normativa nazionale sulla base dei valori suesposti. Detto fatto. La Regione, sapendo bene che in molti comuni del Lazio la qualità dell’acqua è assai lontana dai valori ritenuti «legali» ha permesso loro di alzare i limiti. Una pacchia per le amministrazioni, meno per i cittadini, che assieme all’acqua si bevono un bel cocktail di sostanze che la legge in teoria riterrebbe nocivo e che consente solo in via del tutto eccezionale. Certo, è una situazione temporanea: il decreto firmato da Marrazzo stabilisce un termine alla deroga, fissato per il 31 dicembre 2007. Ma stabilisce anche una scappatoia: «Tali valori - si legge nel teso del decreto - sono rinnovabili sulla base dell’effettivo avanzamento dei piani relativi alle azioni correttive, documentato dalla trasmissione ai ministeri competenti da parte della regione di una dettagliata relazione». Insomma, basta mostrare un po’ di buona volontà per garantirsi un altro po’ di tolleranza.
Ma quali sono i comuni i cui cittadini potranno bere acqua così «arricchita»? Tanti. Tutti quelli appartenenti all’Ato 1, quindi quelli della provincia di Viterbo, e nelle altre province Albano Laziale, Anzio, Aprilia, Castelforte, Ciampino, Cisterna, Civitavecchia, Cori, Latina, Magliano Sabina, Nettuno, Priverno, Rocca Massima, Sabaudia, San Felice Circeo, Santa Marinella, Sermoneta, Sezze. In totale quasi 800mila abitanti, pari a più del 15 per cento della popolazione totale della regione. «Ma i cittadini di questi comuni sono stati avvertiti?», si domanda Fabio Desideri, capogruppo regionale della Democrazia cristiane per le autonomie. Questione tutt’altro che peregrina. L’obbligo infatti di mettere al corrente la popolazione della maggiore tossicità dell’acqua è specificamente previsto dal decreto, assieme a quello di evitare l’attivazione di campagne di fluoroprofilassi. Aspettiamo risposta. Altrimenti sospettare sarà facile. Come bere un bicchier d’acqua.