Acqua, l’Italia rischia il black out

Il ministro dell’Ambiente chiede al governo lo stato di crisi. I tecnici: &quot;Tra giugno e luglio potrebbero mancare 8mila megawatt&quot;. Necessari interventi strutturali e un piano antisprechi. <strong><a href="/a.pic1?ID=173141">Il Po è un deserto. In arrivo 7 giorni di caldo</a></strong>

Roma - Le riserve idriche si stanno asciugando. Piove poco e si prevede un’estate torrida. I bacini sono ai loro minimi storici e occorre risparmiare 400 milioni di metri cubi di acqua, altrimenti molto presto un black out elettrico si abbatterà sull’Italia.

L’allarme era stato lanciato già nei mesi scorsi, durante l’inverno matto che ha sconcertato i climatologi, ma ora il rischio elettrico per il Paese è aumentato in modo esponenziale. E ieri i tecnici di energia e meteo che si sono riuniti al ministero per lo Sviluppo economico hanno ventilato l’ipotesi più estrema: la richiesta al governo dello stato di crisi per siccità. Una misura eccezionale confermata dal ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio: «Domani (oggi, ndr) chiederò in Consiglio dei ministri lo stato di crisi - ha fatto sapere Pecoraro Scanio - l’emergenza siccità va affrontata senza indugi e con razionalità». Ma servono anche «interventi strutturali»: «un piano antisprechi» e pensare «all’ammodernamento della rete idrica italiana, che disperde una quantità inaccettabile delle risorse a causa della propria fatiscenza». I verdi chiedono un cdm «ad hoc sul clima».

Ma per il ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro non bisogna gridare agli allarmi: «Non credo che sia la necessità di dichiarare domani lo stato di crisi - ha avvertito - ma dobbiamo tenere alta l’attenzione e puntare a un buon coordinamento». De Castro ha ammesso però che per quanto riguarda i bacini alpini «quest’anno la situazione è più critica, perché alle spalle abbiamo un inverno con poca neve».

Ieri al ministero si sono trovati tecnici della Protezione civile, dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, delle regioni interessate, di Cnr, Aeronautica e del bacino del Po. I dati sono preoccupanti: il lago Maggiore, ad esempio, ha in questo momento un livello d’invaso inferiore di 60 milioni di metri cubi rispetto al 2006 e la portata del Po è addirittura più esile del 2003.

Tra giugno e luglio, ha avvisato il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Filippo Bubbico, «potrebbero mancare 8mila megawatt». Per questo è necessaria la responsabilità di tutti «per comportamenti virtuosi di risparmio energetico». I tecnici hanno segnalato al governo che è fondamentale un «contingentamento» delle risorse idriche: un piano di «rilasci controllati» per evitare gli sprechi, che non coinvolgerà però l’uso domestico, ma piuttosto l’agricoltura e l’industria. Per far fronte al rischio siccità e black out elettrico, si dovrebbe chiedere agli agricoltori un minor utilizzo di acqua di 120-140 milioni di metri cubi, pari all’8% del fabbisogno.

Il piano di emergenza prevede poi il distacco delle utenze cosiddette «interrompibili» per risparmiare complessivamente 400 milioni cubi di acqua e assicurare così circa 5 mila megawatt per assicurare che non ci sia un blocco totale della rete elettrica. Ma contemporaneamente, per scongiurare il rischio black out, sarà necessario importare anche altra energia dall’estero, con una base di 2mila megawatt.

I rilasci controllati di acqua, sia dai grandi laghi che dagli invasi alpini, dovrebbero consentire un leggero innalzamento del livello del Po.
La Protezione civile sta intanto predisponendo un piano di allerta black out, come fa ormai tutti gli anni. Ma in questo torrido 2007 l’intervento sarà ancora più capillare. Verranno inviate circolari alle cosiddette «strutture strategiche», come ospedali, aeroporti, stazioni, metropolitane, ma anche aziende di telefonia mobile, per raccomandare un’autonomia sufficiente per gestire un’eventuale emergenza sul territorio nazionale. È però proprio il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, a precisare: «Sono quattro mesi che stiamo lavorando, la situazione è sotto controllo. Nessun Paese europeo, perché il problema è europeo, ha fatto un lavoro così preciso di prevenzione e condivisione».