Acqua privatizzata: i piccoli azionisti dell’Acea favorevoli al decreto Ronchi

Il decreto Ronchi, come negli anni ’90 quando partì la privatizzazione dell’Acea (trasformata da azienda speciale in Spa), ha scatenato guerre ideologiche sostenute da falsi messaggi. Sul tema «acqua pubblica o privata» oggi si scontrano i comitati che si battono in difesa dei cittadini/utenti e i partiti di sinistra. Gli stessi partiti che nel 1997 (con in testa il Pds) dal Campidoglio sostennero la privatizzazione dell’Acea, oggi vorrebbero un referendum contro la privatizzazione della gestione del «ciclo idrico integrato». I privatizzatori di allora (Pds, Cgil, Uil) oggi sono schierati a favore dell’acqua pubblica. Contraddizioni a parte, analizziamo i contenuti del decreto e i motivi dello scontro. L’acqua è e resta un bene pubblico universale, tutelato dallo Stato. Ma la gestione del servizio idrico (captazione, distribuzione dell’acqua potabile, raccolta, smaltimento e depurazione) in capo ai Comuni (municipalizzate, consorzi tra comuni, società miste pubblico-private o società esclusivamente private) dovrà rispettare il sistema delle gare pubbliche europee. Non subito, perché il provvedimento è depotenziato dalle deroghe approvate in Senato che escludono - a certe condizioni - le municipalizzate, mentre per le società acquedottistiche quotate in borsa, che cedono l’11% del capitale in capo all’ente locale entro il 2013 ed il 21% entro il 2015, viene risparmiata la gara per la scelta del gestore. Per cui poco cambia: le gestioni in atto proseguiranno fino alla scadenza dei contratti di servizio. Così, malgrado sia urgente curare le «gestioni malate», la Confindustria e gli euro-competitors (Suez-Ondeo, Veolia, Severn Trent) favorevoli alla «industrializzazione dell’acqua» sono pronti ad acquistare azioni delle società acquedottistiche (Acea spa in testa), e a consolidarsi. D’altra parte in 15 anni di privatizzazione gli oligopoli formatisi in sostituzione dei monopoli pubblici, pesano negli appalti e nella gestione dei servizi pubblici. E pesano gli effetti distorsivi del mercato: la finanziarizzazione che colpisce i cittadini/utenti (rincari ingiustificati in bolletta), gli scarsi investimenti, i forti indebitamenti, la distruzione di know-how e la dilapidazione dei patrimoni (strumentali) nelle aziende. Non è un caso che l’Ue si è orientata contro gli aiuti di Stato, gli affidamenti «in house» e - per le Spa quotate - anche sulle «golden share» che «ostacolano la libera circolazione dei capitali» (la concorrenza). Nel Bel Paese l’analfabetismo economico, le lobby - incardinatesi con le deregulations dei governi di centrosinistra e delle giunte (di qualsiasi colore) - nelle ex-municipalizzate sbarrano la strada all’economia virtuosa. Quindi, per evitare la confusione referendaria, ci vogliono risposte convincenti ai cittadini/utenti, regolamenti ferrei, un’Autorità nazionale (su tariffe, abusi e speculazioni) e garanzie per i piccoli azionisti delle public-company, a copertura del 30% del capitale da cedere sul mercato.
(*)Presidente Associazione Piccoli Azionisti Acea spa