Acqui Terme, le ragazze e i loro primi costumi

Ce n'è una più audace. Una porzione di pelle tra seno e ombelico si affaccia da una finestra rotonda ritagliata nel costume da bagno, è quasi un precursore del trikini. Ma il tessuto è pesante e faticherà ad asciugarsi dopo il tuffo in acqua, dalla piattaforma della piscina alle loro spalle. Umido e ostinato pizzicherà sulla pelle ancora bianca, su quel pallore steso da un anno di lavoro negli uffici o nelle fabbriche di città. Operaie, centraliniste, sarte, segretarie, domestiche a servizio, ereditiere e ben maritate. Tutte assieme e tutte uguali in posa per la foto sul trampolino di Acqui Terme: in costume, in abito, in gonna.

Erano anni che livellano, gli anni Quaranta. Fuori dalla Grande Depressione, dentro la Seconda Guerra Mondiale, con Hitler, lo sbarco in Normandia, Pearl Harbor, Hiroshima, Nagasaki, la Resistenza sessanta milioni di morti e una serie di eventi che sembravano incoraggiare il mondo a finire. I giorni severi, i bombardamenti e i viveri razionati. I tessuti ruvidi e la voglia di pace. Sorridono lo stesso, quelle dieci abbracciate. Con addosso il costume da bagno e i sandali «buoni». Con i capelli raccolti e la voglia di swing. Andranno a ballarlo quella stessa sera dopo la piscina, lo swing venuto dagli Stati Uniti d'America sulle note di Glenn Miller e delle Big Band. E poi Frank Sinatra, Nat King Cole, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong. Tutte assieme, le ragazze. E prima, tutte assieme si prepareranno, disegnandosi a vicenda la riga sul polpaccio per far solo finta di indossare il collant perché il nylon, invece, dall'America non arriva più. Lo zucchero per irrigidire e fissare le chiome, per disegnare quell'onda immobile di ciocche che fa da tenda sull'occhio, come Veronica Lake e il suo peekaboo bang, come le dive di Hollywood, le attrici del cinematografo in bianco e nero che pure fanno pensare, che pure fanno sognare perché, magari peggio, ma così mai più.

Mai più a rintanarsi in casa per la sirena del coprifuoco e a correre per le strade col cuore in gola riparandosi la testa e tenendosi lontano dai cornicioni dei palazzi, calpestando polvere e macerie ma badando a non rovinarsi i tacchi; mai più a lavarsi i capelli nel tinello gelido della vicina, con l'asciugamano rigido sulle spalle e l'acqua che cola sul golfino infeltrito; mai più a farsi il bagno per seconda o terza o anche quarta nella stessa acqua sporca e tiepida lasciata dai fratelli; mai più a sentire i crampi nello stomaco perché la carne secca è finita ed è impossibile reperire persino altro; mai più a sgolosare per qualche metro di stoffa con cui cucire un abito; mai più rinunciare alla lana in inverno e al cotone in estate perché quelli servono a confezionare le divise dei militari e allora tocca arrangiarsi; mai più vestite come dei militari, con certe linee dritte, certi capi squadrati, certi tailleur-divisa fatti di pezze povere: pochi colori (verde scuro, cammello o marrone) e spalle larghe, gonne al ginocchio e borse a cartella. Hanno quasi più fantasia gli uomini con la vita stretta e i pantaloni vaporosi dei loro vivaci e ridicoli completi Zoot Suit e il cappello Fedora e le cravatte con i disegni geometrici, oppure a righe.

Per tutto questo si abbracciano e sorridono, sulla piattaforma dell'immensa piscina di Acqui Terme, quelle dieci ragazze che sono già donne da un pezzo. E strizzano gli occhi fissando il sole e annusano il profumo del pranzo che si diffonde in giro da qualche parte: da qualche ristorantino in paese o da qualche casa ricca. Sorridono e aspettano la sera, intanto. E poi il resto: un'altra vita. Charme, Astoria, Caprice, così si chiamano le sale da ballo sparse per il Belpaese. E ci si va a sentire musica e a danzare, a farsi invitare e offrire da bere oppure a rimanere sedute e umiliate, a fissare le più fortunate con un risentimento da salotto, o da «night club», per tornare alle più audaci... Rossetto rosso e guance pizzicate, perché è razionato anche il belletto ma non ci si arrende: labbra e guance accese le signorine degli anni Quaranta. A farsi scivolare via gli anni e i bombardamenti, a mungere le nuvole e a sperare e a mettersi in posa quell'estate. Perché magari peggio, ma così mai più.