Acrobati, domatori e clown Il ritorno del grande circo

Quello di Montecarlo festeggia trent’anni e riunisce i più importanti protagonisti del mondo circense. In Italia l’onda del successo del Cirque du Soleil riempie gli spettacoli più tradizionali. E una commedia in teatro racconta il mito dei saltimbanchi

Per una settimana, dal 19 al 27 gennaio, i nomadi del circo si sono fermati: tutti insieme, per festeggiare i trent'anni del Festival più famoso, quello di Montecarlo. Nel Principato i preparativi sono cominciati mesi fa, per organizzare uno spettacolo più unico del solito: l'enorme tendone di Fontvieille si è infatti trovato ad ospitare per la prima volta tutti i maggiori artisti internazionali, riuniti non per una competizione, come avviene ogni anno ma, soltanto, per esibirsi, per celebrare l'anniversario del galà che, per i circensi, è come l'Oscar per gli attori.
Clown, acrobati, addestratori, animali e ballerini sono arrivati da tutto il mondo sulla Costa Azzurra, attesissimi perché fra loro c'erano i più amati dal pubblico, i più premiati, decine di Clown d'oro e d'argento, le medaglie assegnate dal Festival ogni anno, riconoscimenti prestigiosi, che segnano una carriera e consacrano il lavoro di una vita, lo sforzo quotidiano di chi ha fatto del tendone magico la ragione della propria esistenza.
Quest'anno la parata inaugurale, che da Fontvieille sfila lungo le strade di Monaco per arrivare alla Place du Palais e offrire una prima esibizione sotto gli occhi dei regnanti, è stata accolta dalla principessa Stéphanie: è lei che ha ereditato la passione del padre per il circo e che, ora, ne ha preso il posto quale presidentessa della rassegna. È stato il principe Ranieri a dar vita al Festival, trasformando Montecarlo nella capitale mondiale del circo: non c'è leggenda del settore che non sia passata per la cittadina, diventata ormai un punto fermo per gli instancabili viaggiatori del mondo circense.
Negli anni la competizione ha assegnato 53 «Clown d'oro» e 118 d'argento, con la Russia in cima alla classifica dei Paesi più premiati (11 medaglie dorate), seguita da Cina e Corea del Nord (entrambe a nove); l'Italia è alle loro spalle, con quattro riconoscimenti. I più ammirati sono gli acrobati che, in tutto, hanno ricevuto 38 Clown; fra i comici, soltanto in quattro sono riusciti a ottenere la massima onorificenza: fra loro, l'italiano David Larible e il russo Oleg Popov, entrambi presenti per il trentesimo compleanno del Festival. Oltre a loro, a Montecarlo c'erano anche funamboli (come gli spagnoli Los Quiros), equilibristi come l'ucraino Zalewski e i fratelli Alexis, i Flying Tabares al trapezio volante, Flavio Togni con i suoi elefanti, Alex Lacey con tigri e leoni, il giocoliere Anthony Gatto e gli acrobati cinesi di Canton, tutti in scena durante la serata finale, durata più di cinque ore.
Una festa speciale, per un luogo unico, riferimento per gli amanti del circo «classico» e non solo: anche gli artisti del Cirque du soleil hanno ottenuto i primi successi proprio a Montecarlo, ricevendo il primo Clown d'oro nel 1992, per i contorsionismi di «Nouvelle expérience», seguito tre anni dopo dal riconoscimento d'argento per i fratelli Steben. Da allora, lo spettacolo canadese è diventato un mondo a sé, in cui il teatro irrompe nel circo, con musiche, trucchi e costumi inimmaginabili, prove lunghe mesi interi, costi altissimi, biglietti venduti con largo anticipo e spesso esauriti nel giro di pochi giorni.
Un fenomeno di massa che, dopo due anni e il successo di «Saltimbanco» torna ora in Italia con «Alegría», che andrà in scena a Milano e a Roma. Primo appuntamento il 23 febbraio ad Assago, dove sarà allestito il tendone, il «Grand chapiteau», immerso in un vero e proprio villaggio di 20mila metri quadri con tanto di uffici, mensa e scuola per i bambini; un paese itinerante che si sposta su 42 camion, su cui viaggiano anche gli oltre duecento costumi, 300 paia di scarpe, un centinaio di parrucche e una ventina di maschere, tutte dipinte a mano. Ingredienti e numeri stupefacenti per uno spettacolo che, da quando è cominciata la tournée, dodici anni fa, ha incantato gli spettatori di tutto il mondo e che ora anche il pubblico italiano potrà gustare.
«Alegría» è il passaggio dal vecchio (il passato, ormai vuoto guscio di conchiglia) al nuovo, i giovani innocenti: è «l'urlo del destino», lo sfarzo annichilito di Versailles contro l'eternità e il candore degli angeli, un «grido di dolore, in cerca della gioia», perché è nato «ispirato dalla storia» - come ha spiegato il direttore creativo Gilles Ste-Croix - e, in particolare, dal crollo del muro di Berlino. «Il vecchio ordine mondiale stava cambiando e noi ci siamo chiesti quali nuove strutture di potere sarebbero subentrate»: quale sarebbe stato il futuro, che stava prendendo piede, con la stessa irruenza dell'«Uomo forte», colui che, a mani nude, riesce a compiere atti incredibili e che però le ninfe riescono a rendere gentile. L'allegria del titolo è intrisa di tristezza, malinconia e umorismo che gli artisti riconducono alle loro «origini felliniane», indissolubili dalla musica, tutta all'insegna della tradizione italiana, da Vivaldi a Morricone.
Visionario e ricco di numeri ad alta tensione, dalle acrobazie ai contorsionismi, il circo fondato a Montreal da Guy Laliberte (profezia del cognome) ha aperto la strada al genere nouveau, in cui già si sono fatti notare i connazionali del Cirque Eloize, nato nella città canadese nel 1993: gli artisti sono stati in Italia di recente con «Nomade», spettacolo diretto da Daniele Finzi Pasca in cui danza, teatro, canzoni, giocoleria e acrobazie celebrano la vita del vagabondo, immaginario e allo stesso tempo reale, perché la sua esistenza è quella dei circensi, sempre in viaggio, sempre sulla strada.
Le sperimentazioni hanno premiato anche «Creature» di Marcello Chiarenza e Alessandro Serena che, con la compagnia veneziana «Arcipelago circo teatro» hanno messo in scena il Cantico di San Francesco, protagonisti sette acrobati africani.
Il circo, però, non dimentica le radici più lontane, quelle che, in Italia, sono rappresentate dalle grandi dinastie, i Togni, i Casartelli con il Medrano e gli Orfei: e quest'anno proprio Moira Orfei celebra il suo mezzo secolo di carriera, con il suo «50 fantastici anni - brivido, animali e sensazioni», in tour lungo tutta la penisola. Lei, la regina, con il trucco marcato e il turbante - look suggerito da Dino De Laurentiis all'inizio degli anni Sessanta - è la più conosciuta, un vero simbolo del circo e del mondo dello spettacolo italiano, così imitata che non manca neppure chi cerchi, ogni tanto, di rubarle il nome. Una carriera lunghissima, passata anche per il cinema e la televisione e trasmessa in eredità a figli e a nipotini: Moira e Walter junior, piccoli acrobati già comparsi sulla pista del cerchio magico, già contagiati dalla passione di una vita.