Le acrobazie della Aguilera nel suo circo anni Trenta

Patti chiari, amicizia lunga. Lei lo aveva detto ma tanto ormai chi ci crede più a queste divette transgeniche, sempre bionde platinate, cantanti platinate, bugiarde patentate. E invece Christina Aguilera fa sul serio, cresce più in fretta del pop jazzato del suo nuovo ciddì ed eccola qui, sempre biondissima per carità, a farsi dirigere dalla regista più sveglia del momento che è Floria Sigismondi, barocca e oscura, tra Picasso e Vanvitelli. L’idea è quella del circo, dell’amore tra la ballerina che poveretta sta pure sugli elefanti, e lo spettatore rapito, innamorato, cuordileone che poi si spezza la schiena per provar a tener su il tendone del circo che crolla. Anni Trenta, naturalmente: così saltano in mente subito Charlie Chaplin e un po’ di Buster Keaton (ai tempi dei fratelli Marx), e non fosse per i colore questo Hurt sembrerebbe la seconda parte dei film che hanno fatto la fortuna di Douglas Fairbanks, sapete quelli dove la fiammiferaia piange ma Charlot ci pensa lui. Per di più qui c’è la Aguilera, che si muove bene, recita, si imbruttisce persino quando lo impone il copione e va bene che aveva annunciato di voler crescere, ma se i patti chiari allungano l’amicizia ora si deve fermare perché così è troppo. Brava e ribrava.
CHRISTINA AGUILERA – Hurt (SonyBmg)