Gli acuti del «Trovatore» fanno decollare il Festival Verdi di Parma

Il loggione era pronto a tirare anche pomodori. Ma poi ha subito applaudito il tenore Marcelo Alvarez

Alberto Cantù

da Parma

Il trovatore è l’opera delle opere. Il melodramma verdiano per antonomasia se non «il melodramma». Quello dei do della pira («All’armi!») che la tradizione, il pubblico e i tenori con gli acuti vogliono e la filologia invece sconsiglia. L’opera dove un espediente antico come l’«agnizione» (si scopre che una persona è un’altra: non quella che si credeva) viene abilissimamente preparato ma rimandato sino alla fine: «Egli era tuo fratello!» quando il Conte di Luna ha ormai ucciso il supposto Manrico-Trovatore. E poi una zingara - un «diverso» - mezza strega e mezza protagonista! Roba da far imbufalire la censura ottocentesca che infatti andò giù dura.
In attesa da anni di un decollo definitivo (forse semplicemente di decollare) il «Festival Verdi» di Parma ha scelto, per volare «sull’ali rosee» del successo, proprio Il trovatore: venerdì in un Teatro Regio gremito, con molta stampa di settore estera e un bel gruppetto di critici nostrani. Col loggione - verità? leggenda? - che sarebbe stato pronto a sfoderare le armi (quelle del loggione parmense, si sa, sono i fischi conditi da lanci di pomodori) e che invece ha condiviso, durante lo spettacolo e al termine della recita, un successo che più caloroso di così non si potrebbe fra tifo verso cantanti il cui séguito è immancabile e la cabaletta «Di quella pira» capace di far venire giù il teatro anche senza ritornello (la ripetizione da capo). Perché a Parma arriva la cabaletta leggendaria e un brivido di serpeggiati «la pira, la pira!» attraversa elettrico la platea quasi stesse per scendere il Sacro Graaal.
«La pira» come simbolo della vocalità tenorile allo stato puro. E nella proposta parmense a vestire i panni del Trovatore era un tenore raggiante - e parecchio «tenore», appunto -, una voce solare e di bella comunicativa sin dalla Canzone fuori scena «Deserto sulla terra»: quella di Marcelo Alvarez. Se un consiglio è permesso, attento a non strafare. E occhio all’intonazione ad esempio nell’«a due» dopo la Cavatina «Ah, sì, ben mio» accolta da applausi a spellamano.
Occhio, lì e altrove, anche alla brava, duttile ed eclettica Fiorenza Cedolins, giunta all’ultimo momento ad impersonare Leonora visto che Annalisa Raspagliosi la si ascolterà nelle repliche (cinque fino al 13 maggio). Dove vale un discorso che si potrebbe fare anche per Alvarez e un per Roberto Frontali, un Conte di Luna poco nobile e troppo «parlato» ed aggressivo. Discorso per cui, come non esistono più le mezze stagioni, latitano pure i cantanti verdiani, da cercare col lanternino (forse semplicemente da cercare con fede e ostinazione: e da formare a scuola, s’intende).
Bene dunque la Cedolins per chiarezza di dizione, un «Tacea la notte placida» che se non estatica e rapinosa è però salda, ricca di chiaroscuri timbrici e di sonorità (la cabaletta, così difficile ritmicamente, il soprano se l’aggiusta un po’, ma pazienza). Discreti i comprimari e volenteroso il Ferrando di Felipe Bou.
Il direttore Renato Palumbo ha fatto una salutare gavetta all’estero (da noi la gavetta non c’è più) prima da accreditarsi saldamente in Italia. Le tinte livide, notturne e spettrali che ricava dopo «Abbietta zingara», un valzerone che lui rende leggero e allusivo, avrebbero fatto felice Berlioz. Il suo lavoro sul coro di Martino Faggiani è le sette meraviglie. La disponibilità verso i cantanti corretta da un buon lavoro sul testo musicale.
Scene belle e pittoriche di Dante Ferretti con un ombrello e qualche caldaia di troppo: ma la macchina scenica è un meccanismo di precisione: tre ore previste con un intervallo solo; tre ore di fatto. Regia molto tradizionale e un po’ latitante di Elijah Moshinskij: quella che va bene per il Covent Garden da dove infatti viene lo spettacolo.
Unica idea, ambientare l’opera negli anni del Trovatore (funziona), fare di Manrico e compagni non dei proscritti ma quasi dei patrioti contro un esercito di spadaccini ammaestrato da un campione olimpionico quale Renzo Musumeci Greco. Spadaccini anche discinti e dark ad accentuare il sadismo verso Azucena zingara e strega: una Marianne Cornetti da cui si vorrebbe altro peso vocale e spessore drammatico.