Adam Green, l’anti folk americano

Luca Testoni

Milano (e dintorni) succursale della New York rock e alternativa. Se infatti i Black Dice sono in concerto a Legnano, al Rainbow Club di via Besenzanica 3 (ore 21, ingresso 12 euro) transita invece il promettente Adam Green, l'ex piccolo principe dell'anti-folk, oggi aspirante cantante-autore confidenziale della scena indipendente a stelle e strisce.
Giovanissimo, 24 anni compiuti da poco, il prolifico Green, dopo l'esordio folgorante nel duo folk alternativo dei Moldy Peaches (un solo album, omonimo, edito nel 2001 da Rough Trade e poi ripubblicato in numerose versioni diverse), ha virato verso una carriera solista caratterizzata in un primo momento da lo-fi e alt.country e ora, per lo meno da un paio di album a questa parte, da una passione smodata per la canzone classica. Quella un po' nostalgica degli intrattenitori vecchia maniera. Avete presente Buddy Holly e Frank Sinatra, Nat King Cole e Tony Bennet?
«Adam Green sembra uscito direttamente dagli anni Sessanta e dai teatri di Broadway dalle scalinate lunghe e luccicanti», scrivono di lui. In effetti, il ragazzo del Village gioca a fare il crooner cantando «con lo stomaco» canzoni che sono un mix di rock, folk, soul e swing dalla spiccata impronta melodica, dove traspare un'esplicita propensione verso le orchestrazioni ad ampio respiro e gli arrangiamenti audaci. «Detto fuori dai denti, il genere del "cantautore confessionale" stile indie-rock non mi piace proprio. È gente che "vomita" le proprie emozioni in faccia al prossimo, risultando ridicola, per non dire patetica», ha dichiarato l'autore del nuovissimo lavoro Jacket full of danger, perentorio nel rifiutare il ruolo del songwriter classico. Una dichiarazione che la dice lunga anche sulla sua attitudine sarcastica e la sua scrittura dalla verve dissacrante. Di chi non si prende sul serio e osserva il mondo dal suo punto di vista personale e «a parte». Registrato alla fine dell'anno scorso con lo stesso gruppo che lo ha accompagnato nelle ultime esibizioni live (cioè Nathan Brown al wurlitzer, Chris Isom alla chitarra, Parker Kindred alla batteria e Steven Martens al basso), Jacket full of danger mette in mostra rimandi ledzeppeliani e doorsiani, ballad alla Scott Walker o alla Beck stile Mutations e veloci cambi di ritmo e di melodie. Una costante del suo sound.
«Non è vero che ho abbandonato le radici country e folk - spiega -. Semplicemente ho smesso di scrivere le canzoni con la chitarra. A dire il vero, non è che la usassi spesso per comporre anche in precedenza. Di solito, scrivevo direttamente cantando le melodie che mi venivano in mente. Per come la vedo io, non serve saper suonare bene uno strumento per fare delle buone canzoni che rimangano. Quello che conta sono la melodia, il ritmo e un bel ritornello».
Il rischio che corre l'irregolare Green, dicono, è quello di restare ancorato a un cliché, in cui l'attitudine parodistica, quella del crooner/cantante confidenziale, prende il sopravvento e alla lunga rischia di stancare. Ma il ragazzo ha spalle larghe e talento. Per cui vale la pena seguirlo.