Adami, il disegno mette in riga l’arte

Esposizione su tre piani con una serie di grandi dipinti

Francesca Amé

«Io amo un disegno a linee ferme, a figure finite, di misurata composizione, che si tenga alla larga da sensi impropri, dal non finito, che non meni il can per l’aia». Così parla Valerio Adami, pittore bolognese dal viso magro e gentile, classe 1935, studi a Milano dai Gesuiti e una passione per il lago d’Orta. Questo genere di disegno «che ci dica come guardate e cosa guardare di un quadro» è presente in tutti i lavori del maestro ora esposti al Museo d'arte contemporanea di Lissone.
«Adami d’après Adami» (sino al 4 giugno, catalogo Silvana editoriale) è il titolo della ricca personale che la città brianzola dedica a uno degli interpreti più intelligenti dell’arte contemporanea: questa anima inquieta, sempre in giro tra Parigi, Monaco, Milano e l’India, è ben rappresentata in una produzione che spazia dalle opere degli anni Sessanta, tra cui spicca «Camel»¸ che si aggiudicò lo storico Premio Lissone nel '67, ai recenti cartoni per le scenografie de «L’olandese volante» di Wagner in scena al teatro San Carlo di Napoli tre anni fa.
Con tre piani di esposizione che sono un viaggio nel mondo pittorico e immaginifico di Adami, la mostra è curata da Luigi Cavadini con la collaborazione della Fondation Institut du dessin di Vaduz, nel Liechtenstein, depositaria di una cospicua collezione delle opere del pittore. «Credo di aver cominciato a dipingere nel ventre di mia madre»¸ ha detto Adami in un’intervista riportata in catalogo. Ma è il disegno, ancora prima della pittura, il fulcro attorno al quale ruota questa personale, doveroso omaggio a un artista italiano che non ama la vita pubblica. La mostra si apre con «Auto-portrait»: qui il volto, un autoritratto stilizzato, è una maschera da mettere e togliere a seconda dell’occasione, ma anche il simbolo di quel narcisismo che è il sale di tanta produzione artistica. Adami, che voltò le spalle all’astrazione, crede nella possibilità di rappresentare la realtà attraverso la forma: non di mimesi si tratta, ma del tentativo di ricostruire l'immagine che alberga nella sua mente.
Questa ricerca è evidente in capolavori come «L’incantesimo del lago» (datato 1984) dove una donna è cullata dalle onde su una barchetta: un quadretto tipico dei laghi lombardi, ma che qui è trasfigurato in un’opera che ci parla più di un paesaggio interiore che di quello reale. Di dieci anni successivo, «Penthesilea» è il dramma dell’amore impossibile tra Achille e la regina delle amazzoni: un quadro dai toni cupi, dove una macchina della Croce rossa contrasta con antiche uniformi perfettamente disegnate per contenere il dolore dei protagonisti. Colori acidi, come l’ocra e il violetto, riempiono invece «Il Calvario» che Adami compose dopo una lettura dell’omonimo poema di Yeats: non c’è resurrezione in questa tela in cui il tratto è deciso, geometrico, sofferto.