Addio Alida, lo sguardo più bello

Enrico Groppali

Sono stato l'ultimo giornalista a sentire la sua voce in occasione di una lunga intervista riservata dal Giornale agli «esuli eccellenti» delle terre di confine, dilaniati e dispersi dalla tragedia della guerra e, prima ancora, dai casi fortuiti e disperati capitati a chi, come lei, era nato a Pola o a Fiume. «Io che parlo così poco dei miei personaggi», mi disse allora, «quando penso a quel triste passato mi sento un po' come Beatrice. Ti ricordi della moglie di Eddie Carbone, lo scaricatore di porto di Uno sguardo dal ponte che recitai tanti anni fa col povero Raf Vallone? Una casalinga umile, paziente e riservata che capisce tutto, ma non riesce a scongiurare il dramma che ha colpito la sua famiglia, che disgrega il suo nucleo, che bolla i superstiti di un marchio d'infamia... Solo a voi del Giornale dirò quel che penso, per la prima ed ultima volta, perché siete i soli che, dietro all'attrice, avete sempre visto la persona di oggi e la donna di ieri. Ma ti avverto, non mi ripeterò mai più». E Alida mantenne la promessa. Parlò senza peli sulla lingua. Evocò antichi ricordi d'infanzia. Descrisse con accenti strazianti quel paese natale ormai divenuto ostile. Una terra straniera che, pochi anni fa, voleva insignire proprio lei, l'italiana che in Senso, il capolavoro di Visconti, afferma orgogliosa di essere italiana e non suddita fedele dell'Impero Absburgico, dell'ambiguo onore di «artista croata». Per finire, al termine del colloquio, con una notazione inconsueta in lei che, al di là della sua timidezza, era una creatura forte, nata per soffrire prima ancora di combattere. «Ti ricordi», mi chiese, «come ti guardai quando facemmo conoscenza? Spero che scriverai, prima o poi, la storia del nostro primo incontro. Sono sicura, quando lo leggerò, che riderò come una matta!». Mi chiedo oggi, nel giorno del dolore, se riuscirò, come lei voleva, a mantenere un impegno simile. Perché quando, dopo una recita della Venexiana, la straordinaria commedia del Cinquecento in cui Alida cercava tra le braccia di un amante di passaggio di scongiurare il pauroso stillicidio del tempo, mi presentai a complimentarla fui completamente sopraffatto da quelle pupille chiare come un cielo primaverile ma profonde e inaccessibili come l'oceano. Lo sguardo di Alida oltrepassava i tratti del tuo viso, si posava come una carezza sullo sconosciuto entrato nel suo campo visivo e, dopo quell'esame sommario e superficiale per gli altri ma non per lei, decideva d'impulso se poteva considerarti amico o, viceversa, doveva includerti tra i nemici. Se ti sceglieva, non solo non perdeva tempo ma non ti faceva perdere il tuo. E con lei, come con un'amica di vecchia data che avessi lasciato poche ore prima potevi parlare di tutto. Dalla reazione dei texani il giorno dell'assassinio di Kennedy alla «drammatica carnevalata» (come lei la definì) di quel Caso Montesi che la vide involontaria protagonista, fino alla pretesa sordità di Luis Buñuel. Solo degli scrittori coi quali si era incrociato il suo cammino di star, la sua dolce dizione veneta d'improvviso si inceppava. Ma bastava investigare con prudenza sui libri che prediligeva, per ottenere intera la sua confidenza che, per lei, equivaleva a una prova di fiducia, un attestato d'amicizia, una dichiarazione d'amore.
Così apprendevi con stupore che l'ex-fidanzatina d'Italia all'epoca di Mille lire al mese adorava Virginia Woolf anche se aveva letto Orlando nella versione spagnola approntata da Borges. Perché chi l'aveva consigliata in quel senso era stato nientemeno che Gabriel García Márquez in persona quando viveva, a Tijuana, nello stesso edificio che ospitava lei, la diva, nel periodo passato in Messico. Lui profugo per motivi squisitamente politici e lei esule per motivi esclusivamente sentimentali quando, agli ordini del suo compagno Giancarlo Zagni, girava la versione cinematografica di All'uscita, il dramma di Pirandello in cui, sotto la cappa scarlatta di una martire rinascimentale, impersonava la Morte. E dai libri si passava presto, con lei, non ai registi che l'avevano diretta ma ai Paesi che aveva visitato, sempre per lavoro e mai per diletto. Con l'inevitabile conseguenza che spesso le cime scoscese delle Ande le evocavano, nella loro regale solitudine, la silhouette pletorica e imperturbabile di Hitchcock mentre i dintorni di Parma, quando era impegnata nelle riprese di Strategia del ragno di Bertolucci, le ricordavano i giardini solitari delle dimore patrizie di Vienna, devastati dalle macerie, quando si recò a girare Il terzo uomo. Quando invece mi ritrovai in teatro a lavorare con lei, conobbi - che meraviglia! - un'altra Alida. Che sorvegliava i macchinisti intenti a montare la scena e, quando ogni arredo era al suo posto, applaudiva felice. E questo perché, solo quando scorgeva la casa dell'illusione in cui doveva regnar da padrona, solo allora si sentiva in grado di abitarla col suo indimenticabile sorriso. Che mai come ora, mancandoci per sempre, ci fa sentire più soli. Buon viaggio, Alida.
Enrico Groppali