Addio a Amy Winehouse, la regina del soul Un’altra rockstar che si è bevuta la vita

La cantante stroncata da una overdose a Londra. Un talento enorme con una personalità fuori controllo. Ubriaca e trasandata: fu travolta subito da stress e ossessioni Guarda <strong><a href="/fotogallery/trovata_morta_amy_winehouse/id=3235-foto=1-slideshow=0" target="_blank">le immagini.</a></strong>L'ultimo concerto: <strong><a href="/video/winehouse_ultimo_concerto_prima_morte/id=ultimo_concerto" target="_blank">sul palco ubriaca</a></strong> Quell'età maledetta: da Hendrix a Cobain, <strong><a href="/spettacoli/leta_maledetta_hendrix_cobain_divi_morti_27_anni/23-07-2011/articolo-id=536496-page=0-comments=1" target="_blank">le star morte a 27 anni</a></strong>

Alla fine ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta ad autodistruggersi, a demolirsi, ad annientarsi come quando, alla Sylvia Young Theatre School di Londra, l’avevano cacciata perché «non si applicava abbastanza» e soprattutto perché s’era applicata un piercing al naso. «A me non me ne frega nulla di studiare, io la musica ce l’ho dentro» aveva detto pochi anni fa: 1997, mica un secolo.

Amy Winehouse era – oggi e per sempre bisognerà usare l’imperfetto – la migliore cantante del Duemila. Una che – da adesso - tutti useranno come modello; che diventerà un simbolo; che sarà un termine di paragone perché i cantanti che sono morti a 27 anni, come Jim Morrison, come Janis Joplin, come Kurt Kobain e come lei, sono destinati a diventarlo quasi di diritto.

Ciao Amy Winehouse: quando sei arrivata a Milano, l’unica volta nella tua vita al Cornetto Free Music Festival, eri una qualsiasi, una cantante inglese che aveva pubblicato un disco favoloso, Frank, che però qui in Italia pochi avevano preso in considerazione perché era il momento di Alicia Keys, dell’r&b più becero e semplice, della playlist delle radio commerciali, mica quello che da Etta James era arrivato fino al Duemila regalando rarissimi sprazzi di enorme musica.
Amy Winehouse era un contralto favoloso, che si piegava senza imbarazzi al soul, ed era sulla strada di Aretha Franklin. Si piegava al pop come nessun altro. E persino al blues perché se negli anni ’60 o ’70 ci fosse stata una come lei, così verace così dolorosamente autentica, sarebbe diventata immediatamente una superstar che ancora adesso tutti osannerebbero. Invece ha dovuto passeggiare su di una strada un poco più difficile e alla fine mortale.

Prima superando la diffidenza, roba schifosa quella. Dopotutto Amy è arrivata quando il brit pop, quella ridicola declinazione di Beatles e Rolling Stones mischiati come un cocktail Campari, stava ancora intasando radio e giornali. Poi ha sopportato – ed evidentemente alla lunga non ce l’ha fatta – il mostruoso feedback della popolarità. Non poteva sopportarlo, la figlia di un tassista e di una farmacista nata alla periferia di Londra che, appena dopo la pubblicazione di Frank, non poteva credere a tutte le recensioni entusiaste che leggeva. Il Guardian, a esempio. E poi tutti gli altri, roba da esaltare chiunque.
L’hanno distrutta. Quando è arrivata a Milano a cantare in Piazza Duomo in una tarda primavera del 2004 era una qualunque, una cantante a metà del cartellone di un festival estivo.

Ma era già minata dai suoi limiti. A metà pomeriggio aveva già bevuto l’impossibile e l’aspetto era quello trasandato di una superstar in tour da un anno, roba tipo Jim Morrison ai bei tempi o Kurt Cobain sedici anni fa. Ed ecco il punto di congiunzione: avevano tutti 27 anni, Amy che li ha compiuti a settembre e Janis Joplin e via tutti gli altri che sono diventati icone della musica post mortem. Ecco: Amy Winehouse diventerà un’icona, sarà un simbolo, la canteremo tra dieci o venti anni fregandocene che sia morta per overdose come adesso molti dicono e quasi tutti pensano.
Quando iniziò il suo ultimo tour vero e proprio, a Berlino due anni fa, mica a Belgrado dove è stata fischiata il mese scorso, era una forza della natura, però castrata dai suoi limiti. Il trucco, sapete quei capelli esagerati che ultimamente portava.

La scaletta, quella roba che decidono non solo gli artisti ma anche i manager. Le ossessioni, ossia l’alcol e le droghe che chiunque ti può portare in camerino. «Quando beve è totalmente fuori controllo. Amy è sempre fuori controllo per la vodka: tre volte in una settimana era ubriaca da perdere i sensi», ha detto un amico al Telegraph giusto ieri. Ed è vero, Poche settimane fa, all’apertura del tour europeo tanto atteso dai suoi fan, era stata fischiata perché neppure in grado di finire una canzone. Neanche Jim Morrison dei Doors all’Isola di Wight, poco prima di morire, aveva dovuto sopportare un’umiliazione del genere. Va bene essere completamente fuori controllo. Ma non così. E lei era così.

Quando l’hanno trovata ieri nel suo appartamento di Camden a Londra, nessuno riusciva a capire perché fosse morta. Overdose di alcol e droga è la versione più credibile. E quella che la consegnerà all’eternità. Amy Winehouse, giusto due dischi all’attivo, l’ultimo dei quali uscito cinque anni fa, è l’ultima icona della nostra musica leggera. Gli altri si dannano l’anima per avere successo. Per vendere più dischi. Per diventare simboli. Amy Winehouse ha evitato tutto ma da oggi lo è diventata. Quasi vent’anni dopo Kurt Cobain. Appena quarant’anni dopo Jim Morrison e gli altri. E oggi, mentre le agenzie di stampa mitragliano i particolari della sua overdose, si apre la nuova era del pop. Quella dopo Amy. Quella che realmente uscirà dai clichè e farà della musica ciò che realmente è: un canto popolare. Senza eccessi. Senza dolori. E senza morti.