Addio al «Barone», regista controcorrente

È morto l’artista napoletano, autore di grandi opere. Lavorò con Visconti e fondò la Compagnia dei Giovani

Enrico Groppali

Con la scomparsa di Giuseppe Patroni Griffi, detto familiarmente Peppino ma affettuosamente soprannominato «il Barone» sia per il suo blasone sia per l'atteggiamento ironico e distaccato con cui intratteneva amici e ammiratori, se ne va un pezzo di storia del teatro e, soprattutto, di storia del costume. Perché l'intellettuale napoletano che, nei primi anni del dopoguerra, cominciò a farsi le ossa con un radiodramma dedicato ai pazzarielli di Partenope caput mundi (Il mio cuore è nel sud) era sì un personaggio eclettico che non si è negato la minima disciplina espressiva, ma anche una figura atipica e controcorrente. Che, dopo la prima di una sua commedia all'Eliseo come dopo la visione privata di una delle sue coloratissime pellicole, teneva concioni sull'arte a piazza del Popolo o pontificava da maestro al prediletto ristorante dei Due Ladroni. Inviso agli inizi per l'effimero succès de scandale del volume di racconti Ragazzo di Trastevere che trasponeva, in ingenua chiave popolaresca, il mondo degli amori proibiti caro ad André Gide, Patroni Griffi entrò nel ristrettissimo alveo dei sodali di Visconti. Fu al suo fianco come aiuto-regista della Traviata scaligera con la Callas ('55) mentre qualche tempo dopo, con alcuni transfughi di quel clan destinati a folgorante notorietà (Giorgio De Lullo, Romolo Valli e Rossella Falk), fu l'amato poeta di compagnia di una delle compagini teatrali più acclamate degli anni cinquanta: i Giovani. Dopo il clamore della sua prima prova d'autore con quel copione, D'amore si muore, che inaugurò, nel'58, la voga neoromantica poi annegata nella Dolce vita di Fellini, Patroni Griffi non si diede pace. A Spoleto era di casa con Menotti e Schippers, ma intanto corteggiava il cinema firmando come regista una delicata e struggente storia d'amore (Il mare, 1963) che tuttavia non gli impedì di portare a termine, sempre per i Giovani, quella trilogia della memoria che, da Anima nera dove riprese i prediletti temi dell'ambiguità e del rimorso che già affioravano in Ragazzo di Trastevere, l'avrebbe condotto all'amara radiografia di Metti, una sera a cena. Storia romanzata di una couche borghese in declino che, sulla fine delle illusioni maturate nell'età del boom, consuma gli ultimi fuochi della mente e del cuore in tristissimi abbracci sotto una bandiera nazista mentre il sapore ambiguo della trasgressione denuncia l'avvento insidioso dello spleen caro a Baudelaire. Sono questi gli anni in cui, interrotto il sodalizio con De Lullo e Valli, il commediografo si rinnova attraverso il nostalgico revival di una Napoli da dagherrotipo sopravvissuta alle tentazioni e alle insidie dell'occupazione nell'elegia scritta In memoria di una signora amica. Dove, accanto a una Lilla Brignone in stato di grazia, impose all'attenzione del pubblico il talento del giovanissimo Giancarlo Giannini.
Ma è anche il periodo in cui, oltre all'autore, si afferma il cineasta. Il quale, dopo aver curato la riduzione cinematografica di Metti, una sera a cena con la nuova star Florinda Bolkan, manda su tutte le furie Visconti trasponendo sullo schermo, col titolo Addio, fratello crudele, l'efferata tragedia elisabettiana Peccato che sia una sgualdrina che Luchino aveva invano tentato di imporre al raffinato pubblico parigino nell'interpretazione di Alain Delon e Romy Schneider. Ormai Peppino è lanciatissimo. Il suo nuovo romanzo, Scende giù per Toledo, gode di un incontrastato successo, a Spoleto trionfa il revival di Viviani Napoli chi resta e chi parte con l'inedita valorizzazione di Massimo Ranieri e, alla Scala di Milano, fa scalpore la regia del suo primo Mozart, un Così fan tutte ambientato come prescrive il libretto all'ombra del Vesuvio tra una portata e l'altra di profumatissimi spaghetti allegramente consumati in scena da baritoni e soprani.
Il teatro d'autore ancora lo reclama. Sia come inguaribile adepto di una pagana libertà della carne nel basso di Spaccanapoli dove, in Persone naturali e strafottenti, il travestito Mariano Rigillo benedice sarcastico gli amori tra un americano nero che milita nelle Black Panthers e un poeta bianco che ha l'aspetto efebico e dolente di Gabriele Lavia, sia nel malinconico ritratto di Romolo Valli intellettuale alla deriva che, con Prima del silenzio, si congeda doloroso dal pubblico. Una premonizione di morte che sigilla implacabile gli ultimi exploit di Peppino regista quando traspone sullo schermo, in tempo reale e negli autentici spazi previsti da Puccini e da Verdi, sia Tosca che Traviata, i grandi mélo dell'opera dove, a dispetto della dissoluzione finale, trionfa nunc et semper l'amore.