Addio alla baronessa che aveva gli occhi più belli del mondo

Nata a Pola nel 1921, fu diretta da Soldati, Hitchcock, Visconti, Antonioni, Pasolini, Bertolucci

Maurizio Cabona

Con Alida Valli scompare un frammento di storia del cinema e anche di storia d’Italia, perché nel 1951 lei già offriva il profilo all’Italia turrita di bolli e francobolli. Meno acuta dell’Italia ministeriale, l’Italia festivaliera attende il 1997 per capire. Solo allora la Mostra di Venezia le dà il Leone alla carriera. Tutto il resto la Valli l’ha già avuto: dal Premio nazionale per la cinematografia, ricevuto dalle mani di Pavolini nel 1941, alla Palma d’oro per L’inverno ti farà tornare di Henri Colpi (1961).
Nata nel 1921 come Alida Maria Laura Altenburger, baronessa di Markenstein-Freuenberg, la Valli è bambina quando lascia la neoitaliana Pola per Como, dove il padre va a insegnare; è un’adolescente quando lascia Como per Roma, dove è lei che va a imparare. La ospita il senatore Ettore Tolomei, toponomasta dell’Alto Adige, colui che ha salvato il posto al padre, quando nel 1919 ha rischiato l’epurazione per ragioni etniche. Lei vuol frequentare la Scuola sperimentale di cinematografia: non ha ancora l’età, però ha temperamento e fascino. Blasetti intercede. Nascono pettegolezzi: lui se ne infischia; lei di più.
Molti gli allievi della Scuola di allora che faranno strada: Andrea Checchi, Pietro Germi, Pietro Ingrao, Antonio Pietrangeli, Luigi Zampa, Elena Zareschi, ma solo Alida sarà diva. Lo sarà con lo pseudonimo Alida Valli, adottato fin dal Feroce Saladino di Bonnard (1939), dove Alberto Sordi ha il ruolo del suo goffo corteggiatore. Sempre nel 1939 la Valli è, con Osvaldo Valenti, in Mille lire al mese di Neufeld, ebreo tedesco che in Italia ha trovato una seconda patria.
A imporre Alida è però Piccolo mondo antico di Mario Soldati (1941). Fra Risorgimento e maternità perduta, sullo schermo passa un dramma ben lontano dai luoghi comuni sui «telefoni bianchi». Dietro le quinte, intanto, s’intrecciano storie diverse. Assistente del secondo aiuto regista, cioè di Lattuada, è Dino Risi. A chi la vuole incline ai compromessi, Alida dimostra che non è un’opportunista: a Soldati, che la concupisce, lei preferisce Risi. Per poco, ma lui non dimenticherà. Ormai celebre più di Soldati, in Telefoni bianchi (1976) Risi farà intonare ad Agostina Belli Ma l’amore no, come la Valli faceva in Stasera niente di nuovo di Mattòli (1942). Solo che l’amore della Valli non era stato Risi, quanto Carlo Cugnasca, aviatore comasco caduto combattendo in Libia.
Nello stesso anno in cui Risi girava Telefoni bianchi, Soldati pubblicava Il momento buono, evocando un’attrice che, disperata per la morte del fidanzato, si concedeva a lui. Forse era la verità; forse lo sembrava soltanto (un film, Quell’estate del '42, raccontava una vicenda simile). Ma la sua era una piccina rivalsa per i risvolti di Piccolo mondo antico.
L'ora del grande amore pareva venuta per la Valli il 19 marzo 1944, vigilia della strage di via Rasella, quando a Roma aveva sposato il triestino Oscar De Mejo. Lei non aveva ancora ventitré anni; non ne aveva ancora ventiquattro quando la guerra finiva e lei aveva la fama di diva di regime. Già a fine luglio 1943 c’era stato chi voleva rivalersi su di lei, come «amante del Duce» (o «del figlio del Duce», a seconda del pettegolezzo). Visto l’assassinio di Valenti e della Ferida, la Valli ha motivi per cambiare aria, tanto più che, da Hollywood, O’Selznick della Vanguard rilancia l’offerta di Zanuck, della Fox, che lei aveva lasciato cadere nel 1941. Il visto d’ingresso negli Stati Uniti però tarda: chiamarsi Altenburger, parlare tedesco, avere confortato i feriti della Wehrmacht, oltre a essere stata famosa col fascismo, rallentano le pratiche.
Del resto il periodo americano, quando comincerà, sarà per la Valli poca cosa, almeno sul piano personale. «La sera Alida e io giocavamo a carte, bevendo vino» - mi raccontava Micheline Presle, francese, a Hollywood in quello stesso periodo. Del quale, sul piano professionale, alla Valli resta Il caso Paradine di Alfred Hitchcock (1947), girato peraltro a Londra con un Gregory Peck come personaggio e come interprete molto sensibile al suo fascino. Solo che lei in quel periodo è infatuata di Sinatra, partner nel Miracolo delle campane di Pichel. O almeno è quanto dicono nuovi pettegolezzi. Mentre la Presle resiste, la Valli fugge da Hollywood, rompendo il contratto. Al ritorno in Italia, i legali di Selznick le cercano nuove scritture, interessati come sono a intascarne i proventi come risarcimento. Così matura la parte nel Terzo uomo di Carol Reed (1949), dove la Valli recita con Joseph Cotten e Trevor Howard. Orson Welles con la Valli e i due non s’incontrano.
Nel 1953 c’è una sorta di rifacimento veneziano del viennese Terzo uomo: s’intitola La mano dello straniero, è tratto anch’esso da Graham Greene e vede la Valli diretta ancora da Soldati. I cattivi del film sono i comunisti titini e la Valli è di Pola, quando nelle strade di Trieste si muore... Nel 1954 Trieste torna italiana e la Valli torna diva grazie a Senso di Visconti, tratto da Boito, come Piccolo mondo antico lo era da Fogazzaro. Lei, sul set, ammira Visconti più di Soldati, ma sa che lui pensa a Farley Granger. E lei ripiega sull’aiuto regista, Giancarlo Zagni, e lo sposa. Ma, nell’era democristiana, il passaggio da diva «fascista» a diva «comunista» le costa la coppa Volpi. Antonioni col Grido (1957); Chabrol con Ophélia (1962); Pasolini con Edipo re (1967); Bertolucci con La strategia del ragno (1970), Novecento (1976) e La luna (1979); Zurlini con La prima notte di quiete (1972); Chéreau con Un’orchidea rosso sangue (1975) completeranno la palingenesi. Tutto è cambiato, non il fascino di Alida, se von Karajan - altro divo di regime (nazista), glielo fa capire con le spicce. Infine perfino la politica le dà soddisfazione: l’America di Reagan riscopre Ayn Rand e i film dai suoi romanzi, ma ignora il Gary Cooper della Fonte meravigliosa e rilancia l’Alida Valli di Noi vivi e di Addio, Kyra di Alessandrini (1942). Il tempo è gentiluomo, talora.