Addio baroni, sprechi e precari: riforma a prova di contestazione

RomaNei siti delle organizzazioni universitarie che hanno animato le proteste di questi giorni, quasi sempre emanazioni della Cgil, si trovano le cronache dei blitz sui tetti e le dirette dalle piazze. Pochi entrano nel merito della riforma Gelmini. Se ne parla al massimo per rivendicare il successo dello stop in Parlamento o per spiegare che il Ddl smantellerà l’istruzione superiore del Paese, ma non si spiega il perché. La riforma della Gelmini - che ha suscitato simpatie e antipatie bipartisan - mira a mettere le carriere universitarie dentro binari che rendano la selezione più trasparente, meno soggetta ai richiami delle clientele; responsabilizza gli amministratori degli atenei costringendoli all’efficienza e alla qualità. Se bacchetta qualcuno, sono i professori, che vengono costretti al contatto con gli studenti e alla produttività. In altre parole, per un paradosso tutto italiano, chi manifesta dà l’impressione di farlo in difesa degli interessi di qualcun altro. Se non per contrastare i propri.
Meglio il nepotismo?
Difficile capire se a chi scala i tetti vada bene il sistema di reclutamento dei professori così com’è, cioè la totale autonomia degli atenei nell’organizzare i concorsi. E a questo regime che si riferiscono i famosi cervelli in fuga (i giovani meritevoli che sono emigrati all’estero perché in Italia non hanno trovato lavoro) quando raccontano le loro storie che sono più o meno tutte uguali: esclusi da un concorso che è stato poi vinto da un amico o dal parente di un professore, favorito da una commissione fatta da amici e colleghi dello stesso professore. La riforma tenta di mettere un freno a concorsopoli, prevedendo una «abilitazione scientifica nazionale». In altre parole, ai concorsi locali non potranno arrivare degli incompetenti. Dovranno passare una selezione uguale per tutti. E solo chi la supererà potrà ambire a un posto in un ateneo. Il concorso locale è stato a sua volta reso più rigoroso, prevedendo che la commissione sia composta in larga maggioranza da professori esterni all’ateneo e sorteggiati. Comprensibili le proteste dei professori, visto che viene meno il principale strumento di potere nelle loro mani, più difficile capire la riserva degli studenti. Se sono bravi potranno addirittura ambire a rimanere nell’università senza dover imparare il tedesco.
Stop all’università-trappola
La riforma dell’università tende a limitare nel tempo alcuni incarichi. I rettori potranno durare al massimo sei anni. Ma non potranno esserci più nemmeno ricercatori a vita. Gli stipendi riservati al primo gradino della carriera accademica saranno più alti (sopra i 2.000 euro al mese contro un assegno che ora non supera i 1.500), ma si potrà occupare quella posizione solo per sei anni, dopo si dovrà fare il salto verso la docenza vera e propria oppure rinunciare all’università. Non ci saranno più nemmeno le borse di studio post dottorato, che generalmente nascondono lavoro precario sottopagato o clientele di serie B. Anche in questo caso si tenta di mettere fine a uno dei nodi dell’università, quello degli «apprendisti» a vita, e si introduce un elemento di chiarezza che non può fare male né ai ricercatori (per i quali è previsto un concorso da 1.500 posti da associato) né agli studenti.
Costretti a insegnare
Nella riforma che «smantella» l’università, trova spazio un altro classico delle denunce studentesche: quello dei professori che non vanno a insegnare e preferiscono seguire i propri affari. Adesso i docenti non devono rendere conto a nessuno delle ore di presenza. Con il Ddl Gelmini dovranno garantire 1.500 ore di didattica, 350 a contatto con gli studenti.
Costretti a competere
Il capitolo più delicato è quello che riguarda i finanziamenti agli atenei. Il criterio scelto dalla Gelmini è quello di legare la distribuzione delle risorse al merito. Un’agenzia di valutazione verificherà la qualità e l’efficienza degli atenei e degli enti di ricerca e poi, sulla base dei risultati, attribuirà fondi. Tolleranza zero per gli atenei in dissesto e per quelli senza qualità.
Salvate le buocrazie!
L’unica vera critica nel merito alla riforma Gelmini che viene dagli studenti è quella che riguarda i cambiamenti ai meccanismi di rappresentanza nelle università. Ed effettivamente la riforma limita i poteri del Senato accademico (organismo elettivo che prevede anche una presenza degli studenti) alla didattica. La gestione amministrativa viene riservata ai consigli di amministrazione. I poteri dei rettori vengono rafforzati (per questo sono favorevoli alla riforma). In questo caso gli studenti che ci rimetteranno effettivamente ci sono: quelli che iniziano la loro carriera sindacale e politica con la militanza nelle associazioni studentesche. E sono veramente pochi.