Addio a Bergamasco, il vice di Rocco

Marino Bergamasco è un nome che racconterà poco ai milanisti nati sotto il segno di Baresi e Van Basten e invece finirà con l’emozionare ancora gli appassionati cresciuti nell’epopea di Rocco e Rivera<br />

Marino Bergamasco è un nome che racconterà poco ai milanisti nati sotto il segno di Baresi e Van Basten e invece finirà con l’emozionare ancora gli appassionati cresciuti nell’epopea di Rocco e Rivera. Ieri mattina a Milano, Marino Bergamasco, all’età di 83 anni, si è arreso a una serie vigliacca di acciacchi che lo hanno costretto, addirittura, a vivere sulla carrozzina, gli ultimi mesi della sua esistenza. In forza di quel legame indissolubile che è il calcio, alcuni suoi sodali son passati dall’abitazione della figlia, in piazzale Brescia, dove era stato accolto e curato con affetto, per salutarlo prima che spirasse. Giovanni Lodetti, il noto “Basletta”, è stato uno di quelli che ha nei giorni scorsi assolto all’incarico. “Mi ha riconosciuto, abbiamo fatto qualche chiacchiera” la sua testimonianza commossa. Oggi, nel primo pomeriggio, a Milano, ci saranno i funerali. Il Milan giocherà col lutto al braccio nella notte del derby. Marino Bergamasco è stato l’emblema del vero, autentico, “secondo”, qui inteso come assistente principale dell’allenatore. Le qualità che contavano spesso erano l’amicizia e la fedeltà, più che la competenza: Marino riusciva a incarnarle tutte. Triestino come Nereo Rocco, era inevitabile che unisse il proprio destino a quello del Paron: parlavano lo stesso dialetto, conoscevano e praticavano lo stesso calcio, adoravano allo stesso modo il Milan e Milano, dove Marino finì con l’impiantare casa. A metà degli anni sessanta, cominciò a Milanello il sodalizio tra Marino Bergamasco e Rocco che si concluse solo quando il Paron lasciò la panchina rossonera. Più tardi, persino ai tempi di Berlusconi presidente, Bergamasco venne accolto nella grande famiglia rossonera con qualche incarico di fiducia. Il suo tratto caratteristico erano gli occhiali spessi, come fondo di bottiglia, che lui continuamente teneva in asse e invece beffardi gli scivolavano sul naso. S’intendeva di preparazione atletica, incarico ceduto al professor Facchin quando Rocco cominciò a modernizzare il settore introducendo il concetto di staff, ed era particolarmente abile nell’addestramento dei portieri. Cudicini e soci temevano i suoi tiri, vere e proprie saette, con cui si chiudevano gli allenamenti settimanali. Dello spogliatoio, dai tempi di Rivera, era una sorta di confidente e quei segreti finivano puntualmente all’orecchio del Paron che provvedeva a farne buon uso. Tentò, per qualche tempo, anche l’avventura in solitario da allenatore, senza grandi successi ma nemmeno clamorosi flop. Si fermò in provincia che era poi il suo regno. Ricordarlo con un pensiero commosso non è poi un esercizio retorico.