Addio Berlinguer. Il patto marxisti-cattolici è sfociato nell’anarchia

La crisi di questi giorni segna la fine del sogno nato alla Bolognina: unirsi alla sinistra Dc per isolarei socialisti riformisti

La lunga storia cominciata alla Bolognina con il cambiamento del nome del Pci conservandone intatte l’identità, la storia e la cultura, giunge al suo ultimo termine con le dimissioni di Veltroni da segretario del partito. Che un democristiano sia chiamato a reggere il partito che fu comunista dopo che Veltroni e D’Alema si sono autoeliminati, dice che l’operazione esprime nella sua realtà il suo significato.

La soluzione finale era già implicita nella scelta del Pds di rifiutare l’offerta di collaborazione fatta allora da Bettino Craxi. Se i comunisti allora avessero accolto l’ingresso nella tradizione del riformismo italiano di Turati, Matteotti, Saragat, avrebbero dato forma compiuta alla democrazia italiana e sarebbe nata in Italia una socialdemocrazia europea. I comunisti vollero mantenere l’idea che essi fossero un partito nuovo, capace di mantenere l’identità rivoluzionaria in principio e praticare la democrazia in fatto. Per confermare questo stato di eccezione ricorsero all’altra eccezione della politica italiana: la Chiesa cattolica. Infine un partito rivoluzionario ma amico della Chiesa e non anticapitalista era già esistito in Italia ed aveva avuto consenso: il fascismo.

Da Togliatti a Berlinguer la linea filo cattolica e antisocialista fu l’essenza del comunismo italiano, rivoluzionario senza rivoluzione, democratico senza liberalismo. Questa scelta ebbe successo perché accadde in Italia un evento imprevedibile: la fine del comunismo in Russia causò in Italia la fine dei partiti anticomunisti occidentali.
La rivoluzione rimase in Italia e passò a sinistra dei postcomunisti, dal ’68 al terrorismo all’antagonismo. Il gruppo dirigente postcomunista ebbe la sua figura politica legata al rapporto con i «cattolici democratici», cioè quei cattolici per cui il cambiamento conciliare comportava in Italia la collaborazione senza alternative con i comunisti.

L’operazione finale fu quella di unire postcomunisti e democristiani di sinistra in un solo partito. L’unica persona che poteva condurre in porto questa operazione era il cattolico dossettiano Romano Prodi. Egli esprimeva quella parte consistente del mondo cattolico legata alla convinzione che il rapporto tra cattolici e comunisti doveva dare luogo a una contaminazione delle loro culture. La sinistra democristiana di De Mita e di Martinazzoli non aveva alcun volto se non il suo personale politico e le sue clientele elettorali. Non era in grado di rappresentare il mondo cattolico reale né aveva ambizione di farlo, perché la sua tesi essenziale era che la politica dei cattolici fosse autonoma dalla Chiesa.

Le dimissioni di Veltroni da segretario del partito che egli aveva fondato indicano la fine del partito postcomunista nato alla Bolognina che rifiutava i socialisti riformisti e sceglieva l’accordo con i cattolici che accettavano il Pci come referente culturale e politico della storia italiana. Il tentativo di creare una «terza via» ideologica che fondesse le due storie comuniste e cattoliche si è rivelata un sogno impossibile.

La forma politica del Pd è morta e il corpo politico del Pd non può non seguire questa morte, non può che dissolversi come corpo unitario secondo criteri di corrente e di territorio, una guerra di tutti contro tutti che introduce a sinistra quella che potremmo chiamare un’anarchia politica.

Veltroni porta la responsabilità di questo fatto. Se egli avesse mantenuto la prospettiva di un bipolarismo italiano, non avrebbe dovuto accettare l’Italia dei valori nella sua maggioranza politica. La linea riformista che gli si era offerta era quella di legittimare Berlusconi e di essere legittimato da lui. Era la via del bipolarismo, cioè la via europea che tornava a offrirsi ai postcomunisti. Veltroni ha scelto la via dell’opposizione ideologica, la via della rivoluzione contro la reazione, ha cioè riespresso la storia comunista contro il riformismo socialista. È un simbolo evidente il fatto che egli abbia ammesso Di Pietro all’alleanza e abbia respinto i socialisti.
La cultura postcomunista è rimasta quella dei rivoluzionari senza rivoluzione, capaci di alimentare senza risolverla una guerra civile nella politica italiana. Veltroni ha scelto la fuga, ha abbandonato il suo partito e i suoi elettori, nessun altro potrà sostituirlo. I postcomunisti avevano goduto della fine dei partiti democratici con cui avevano scritto la Costituzione: ora la loro forma politica li condanna all’implosione. E lascia alla maggioranza di governo, guidata da Silvio Berlusconi, e solamente ad essa, la responsabilità di guidare il paese nell’ora difficile che attraversa.