Addio a Bolchi, re degli sceneggiati

Con Sandro Bolchi scompare l’ultimo superstite dell’età d’oro della Rai. Egli apparteneva alla generazione di Daniele D’Anza, Franco Enriquez, Giacomo Vaccari, Silverio Blasi, Flaminio Bollini che, insieme ai meno giovani Anton Giulio Majano, Leonardo Cortese e Vittorio Cottafavi, diresse programmi di grande livello spettacolare e culturale insieme. Quasi tutti venivano dal palcoscenico dove si erano fatti le ossa nei piccoli teatri sperimentali. Lì furono scoperti da Sergio Pugliese, creatore della nostra Tv ma anche noto drammaturgo e eccellente talent-scout. Bolchi, nato a Voghera nel 1924, si era trasferito a Bologna dove a soli 24 anni fondò La soffitta, un teatro che ebbe vita breve ma che si fece notare per il coraggio delle sue scelte.
L’esperienza teatrale gli fu utile in tv e non fu certo un caso che Pugliese gli affidasse come prima regia televisiva il capolavoro di Ugo Betti Frana allo scalo Nord. Un testo arduo, popolato di tanti personaggi, dove l’autore affrontava il tema insidioso del rapporto fra i codici e la vera giustizia. Bolchi si rivelò regista di polso, in grado di trovare i ritmi giusti e di guidare attori della personalità di Salvo Randone e di Fosco Giachetti.
Il teatro continuò a essere per alcuni anni il suo terreno preferito ma ormai era pronto a cimentarsi con gli sceneggiati, dove la sua cultura (era laureato in lettere), il suo gusto figurativo e la sua capacità di padroneggiare la materia erano una carta vincente. Nel 1963 dimostrò le sue doti di narratore televisivo con la prima parte de Il mulino del Po dove ebbe la collaborazione preziosa di Riccardo Bacchelli, autore del romanzo. In cinque puntate, interpretate da uno splendido cast (Raf Vallone, Gastone Moschin, Giulia Lazzarini, Tino Carraro, Elsa Merlini, Corrado Pani), Bolchi ci diede il ritratto di un’intera epoca e di un personaggio affascinante, l’ex soldato napoleonico Lazaro Scacerni. Nello stesso anno diresse Demetrio Pianelli dal romanzo di Emilio De Marchi, dove Paolo Stoppa ci lasciò la sua più emozionante interpretazione televisiva.
Il successo di questi due sceneggiati convinse i dirigenti della Rai ad affidargli i popolarissimi e chilometrici I miserabili di Victor Hugo. Bolchi non battè ciglio di fronte all’impresa e in dieci puntate, con l’aiuto di eccellenti interpreti, commosse milioni di italiani con le vicende di Jean Valjean e del perfido Javert. Ma fu con I promessi sposi di Manzoni che Bolchi nel 1967 vinse una scommessa assai rischiosa. L’intenzione era di far amare dal pubblico televisivo il romanzo, eliminando la polvere scolastica che aveva fatto allontanare tanti lettori. La sceneggiatura dello stesso Bolchi e di Bacchelli narrò in otto puntate il romanzo con grande fedeltà e chiarezza narrativa. Bolchi, poi, definì assai bene i personaggi e scelse, accanto ai due giovani protagonisti Nino Castelnuovo e Paola Pitagora, un gruppo formidabile di attori: Tino Carraro, Salvo Randone, Lea Massari, Massimo Girotti, Lilla Brignone. I promessi sposi diventarono l’evento dell’anno e furono seguiti da quasi venti milioni di spettatori, poco meno del Festival di Sanremo.
Bolchi non si accontentò di un risultato di questo genere e decise di affrontare i due romanzi più alti e più ardui di Dostoevskij: I fratelli Karamazov e I demoni, sceneggiati da un autore del talento di Diego Fabbri. Il primo, di grande valore spirituale e poetico ma non certo facile per il grande pubblico, conquistò addirittura sedici milioni di telespettatori. I demoni non ebbero un simile successo ma confermarono in Bolchi un maestro dello sceneggiato. Negli anni Settanta, diresse con gli stessi eccellenti risultati Il cappello del prete, protagonista uno splendido Luigi Vannucchi, la seconda parte de Il mulino del Po, con Raul Grassilli e Valeria Moriconi, che piacque non meno della prima, la biografia non convenzionale di Puccini, impersonato da un Alberto Lionello in stato di grazia, Anna Karenina dal romanzo di Tolstoj, con Lea Massari, che raggiunse i diciannove milioni di audience, Camilla, con un’adorabile Giulietta Masina, e Bel Ami, da Maupassant con Corrado Pani. I due decenni successivi segnarono per Bolchi, come per altri suoi colleghi, la fine di un’era e l’inizio di una tv meno colta e mano attenta a quei valori che erano stati propri della sua generazione.