Addio al borgataro Sergio Citti l’allievo prediletto di Pasolini

Il regista, morto ieri a 72 anni, fu amico e collaboratore dell’autore friulano: due culture diverse ma convergenti

Michele Anselmi

Fiaccato nel corpo, in attesa di poter beneficiare della legge Bacchelli, Sergio Citti è morto ieri all’alba in un ospedale di Ostia, la città sul litorale romano alla quale aveva dedicato il suo primo film. Se n’è andato, 72enne, a tre settimane esatte dal trentennale della morte di Pasolini, mentre si preparano convegni, ricordi e pellegrinaggi. La camera ardente sarà allestita oggi dalle 10 alle 18 nella sala della Protomoteca in Campidoglio. Non ci saranno funerali, dopo la cerimonia sarà cremato. Del poeta friulano, Sergio Citti, da non confondere col fratello Franco, anch’egli oggi malato, fu amico e collaboratore, allievo e maestro. Non a caso, Pasolini, esagerando un po’, lo poneva tra Sandro Penna e Moravia. «A Penna assomiglia per la totale e quasi santa libertà, l’anarchia assolutamente priva di aggressività. A Moravia per la rapidità dell’intelligenza e il pessimismo». Ne scaturì una simbiosi perfetta tra due culture opposte (borghese e proletaria, «scritta» e «orale»), ma convergenti. E forse non ha tutti i torti il saggista Gaetano Gentile quando ammonisce: «Invece di sbarazzarsi di Citti con l'appellativo “pasoliniano”, bisognerebbe valutare quanto “cittiano” sia stato Pasolini».
Vero è che i suoi ultimi film, da Cartoni animati a Vipera passando per il recente Fratella e sorello, tutti molto poetizzanti e finanziati dallo Stato, erano piaciuti solo a una ristretta conventicola di amici. Incassi zero. Tanto da far dire al regista, in una delle sue tirate: «Quelli che vedono il cinema sono spettatori, quelli che vedono la televisione sono pubblico. E il pubblico è l’esatta misura della stupidità umana». Eppure, in altri tempi, Citti fu cineasta fertile e vitale, dotato di un’indiscutibile cifra espressiva. Certo, senza il suo contributo ai dialoghi, film come Le notti di Cabiria di Fellini, Accattone di Pasolini o La commare secca di Bertolucci non avrebbero posseduto quel tono da presa diretta, sia pure in una dimensione da realismo magico, ma è nel confrontarsi per la prima volta con la regia, firmando Ostia (1970), che Citti mette a frutto la sua particolare visione dell’esistenza. Grottesca, «borgatara», disincantata.
Fiaba torva e candida su un amore fraterno insidiato da un diavolo-femmina, Ostia resta forse il suo film più bello, per il tocco secco e incisivo e dispiace che in tv passò orbato di una scena cruciale. Poi venne Storie scellerate (1973), nato come un seguito del Decameron pasoliniano nella Roma papalina, e invece così cupo e brutale, tra castrazioni, torture e scannamenti, da tradursi in un discreto insuccesso. Andrà meglio con Casotto (1977), che Citti, strappando ai suoi produttori un cast all-star, eterogeneo come pochi (pensate: Stoppa, Placido, Tognazzi, Deneuve, le due sorelle Melato, Proietti, una giovanissima Jodie Foster), trasforma in una sorta di buffo «kammerspiel balneare», girato tutto in uno spogliatoio.
Ormai entrato nel Gotha degli autori, Citti può permettersi per Due pezzi di pane (1978) due protagonisti come Philippe Noiret e Vittorio Gassman e se il risultato inclina verso l’apologo malinconico su una Roma che non c’è più, ecco il riaffacciarsi di temi più corposi e beffardi con Il minestrone (1981), scritto con Vincenzo Cerami, dove, accanto ai soliti Franco Citti e Ninetto Davoli, appaiono Roberto Benigni e un inatteso Giorgio Gaber nei panni di un Messia armato di flebo. Un film sulla «fame atavica» in forma di parabola stralunata. A proposito di Sogni e bisogni, proprio così si chiamerà la successiva serie tv in 13 episodi che consacrerà Citti presso quel «pubblico» del piccolo schermo.
La crisi arriva con Mortacci (1989), titolo che è tutto un programma, benché a Roma suoni come un innocente modo di dire: la commedia funeraria, fitta di comparsate di lusso, si srotola in un allegro cimitero dove i cari estinti raccontano la loro vita. Ma l’effetto è dolciastro, manierato, e dovranno passare altri sette anni prima che Citti torni sulla breccia con I magi randagi (1997), ispirato a quel Porno-Teo-Kolossal scritto con Pasolini in tempi lontani. Il film, un inno alla dignità dei diseredati contro l’omologazione consumistica, andrà a Venezia e vincerà un David di Donatello. È il suo canto del cigno: dopo verranno tre titoli mediocri e un triste decadimento fisico.