Addio a Brecker, un mito jazz Il suo sax suonò anche il rock

Ammesso al Festival «In memoria di me» di Saverio Costanzo. Fuori «Saturno contro» di Ozpetek, «La cena per farli conoscere» di Avati e «I cento chiodi» di Olmi

da Milano

La notizia è apparsa ieri su internet, accompagnata da dolorosi punti esclamativi: Michael Brecker è morto! Uno dei più grandi sassofonisti della storia del jazz non c’è più! La fine è avvenuta il 13 gennaio in un ospedale di New York, dove Brecker era ricoverato per l’aggravarsi della leucemia che lo affliggeva da tempo. I cultori più attenti della musica afro-americana lo sapevano da una lettera in web della moglie Susan che aveva annunciato un’operazione di trapianto, ma non pensavano ancora alla sua morte. Avrebbe compiuto appena 58 anni il 29 marzo prossimo: era nato a Filadelfia, una delle città degli Stati Uniti più prolifiche di musicisti di jazz. Gli sopravvive il fratello Randy, trombettista, più anziano di quattro anni e celebre quanto lui.
La scomparsa di Michael Brecker è una triste occasione per riflettere, in Italia ma anche altrove, sui danni fuorvianti che ha prodotto dopo la metà degli anni Sessanta (soprattutto in coincidenza con la svolta elettrica compiuta da Miles Davis nel 1969) la polemica sul jazz-rock, osteggiato dai jazzofili più ortodossi e passatisti. Tra i primi a farne le spese ci fu proprio Randy Brecker che a metà degli anni Sessanta aveva militato in un complesso «spurio» come i Blood Sweat & Tears, dove subito dopo si era affermato un altro illustre trombettista, Lew Soloff. Non lo riscattò neppure la successiva collaborazione con l’insospettabile pianista Horace Silver. E quando il fratello Michael lo raggiunse a New York e insieme fondarono il gruppo dei Brecker Brothers, tanto pregevole quanto legato ai dettami del jazz-rock, di cui diventò presto una delle forze trainanti, i puristi ignorarono i due fratelli e non vollero acquistare i loro dischi, perfino quelli giudicati molto bene dalla critica.
Michael e Randy collaborano dal 1975 al 1982. Nel 1977 si cimentano nella temeraria impresa di aprire un club nella Seventh Avenue South di New York, rimasto in attività fino al 1985, quando ormai tutt’e due, ormai famosi, hanno già intrapreso percorsi autonomi. Nel 1979 un produttore giapponese, giunto in visita nel locale, li invita in Giappone e li sollecita a dare vita, insieme con il vibrafonista Mike Mainieri, agli Steps Ahead, un altro complesso jazz-rock di cui per qualche tempo fanno parte.
In seguito Michael si riavvicina al jazz suonando con gruppi propri e con Kenny Kirkland, Jack Dejohnette, Charie Haden e altri. Per un singolare paradosso, il suo ritorno al «jazz-jazz» avviene quando gli viene affidato dall’inventore Navy Steiner una sorta di sassofono elettronico, l’Ewi, capace di altezze impensabili con lo strumento acustico. Ma Michael non ne approfitta più di tanto, bastandogli la sua perfetta padronanza del sax tenore e soprano che gli permette precisione e fluidità, sempre utilizzate in funzione di un intenso impegno espressivo. Lascia innumerevoli dischi in veste di leader, di comprimario e di musicista da studio, consultabili sul suo website (tra le collaborazioni eccellenti anche quelle con Chet Baker e John Lennon).