Addio cachemire, torna il Fausto di lotta

Il sub-comandante Fausto è ritornato. E nonostante l’elegantissima
giacca di rigatino bianco e azzurro che indossa è un Bertinotti di
lotta e non più di cachemire quello che si riprende in mano la platea
congressuale di Chianciano

nostro inviato a Chianciano (Siena)

«Ha la parola il compagno Fausto Bertinotti, delegato di Cosenza». Ma ne bastano anche soltanto due, di parole, più quell’iconongrafico pugno da manifesto bolscevico proteso verso l’alto, quasi a sottolinearle e ad amplificarle, per capire in un attimo che il sub-comandante Fausto è ritornato. E che, nonostante l’elegantissima giacca di rigatino bianco e azzurro che indossa - ça va sans dire in perfetta nouance con la camicia blu sbottonata -, è un Bertinotti di lotta e non più di cachemire quello che si riprende in mano la platea congressuale di Chianciano.
Un Bertinotti che mette a tacere di colpo, con un’esibizione oratoria da manuale, tutti i mugugni rancorosi, le voci stizzite e i fischi isterici che lo avevano sommerso - quasi fosse lui l’unico capro espiatorio - dopo i disastrosi risultati elettorali dell’aprile scorso. Quando Rifondazione si era risvegliata come avrebbe potuto una qualsiasi creatura dopo una fortissima emorragia: pallida ed esangue. Passata com’era dal suo 7% al Senato, conquistato da sola, al misero 3,1% racimolato insieme agli alleati di quella disastrata compagnia di giro (o da presa in giro?) battezzata Sinistra arcobaleno.
Va detto che di fischi e di mugugni - ma vigliacchetti, sempre dietro alle spalle - ne ha raccolti anche in questi tre giorni di congresso a Chianciano, dove si è presentato abbronzato, un po’ dimagrito, ma sempre pronto a sfoderare quel suo sorriso speciale, così come ad alzarsi dalla sedia in settima fila, da semplice delegato, per dare un bacio, un abbraccio o anche una semplice stretta di mano. Ritornando addirittura sui suoi passi, riattraversando tutta la sala, per andare a salutare una delegata in ultima fila, bloccata lì da un problema fisico alla gamba. Chapeau!
Quanto a quei mugugni rancorosi, scivolatigli solo apparentemente sulle spalle in questi giorni - ma annotati nella sua memoria - ieri Bertinotti li ha spazzati via già dalle prime frasi. Senza collezionare un fischio che sia stato uno, ma strappando invece una sequenza di applausi conclusi da quello finale, interminabile. Lo hanno applaudito non solo tutte le «anime» del partito. Ma anche i più differenti e variopinti tipi in cui si declina la gens rifondarola: dalla precaria del call center al professore universitario; dall’ex barricadera che si ostina a infilarsi (ma non ha più l’età né il fisico!) nei camicioni di quando cuccava in assemblea al compagno duro e puro come solo un pistoiese può esserlo; dal no-global crivellato dai piercing e tappezzato dai tatuaggi al tipino perbenino con il taglio di capelli da Forza Italia.
Strappa gli applausi, il sub-comandante Fausto, picchiando subito giù duro su Berlusconi per colpa del quale - e alza la voce sapendo di andare a toccare il nervo giusto - «la democrazia si è fatta opaca, con un governo che ogni giorno aggiunge le tessere a un mosaico che va contro i valori della Resistenza». Le mani si spellano quando dapprima chiede retoricamente «quando c’è una crisi di moralità?» per dare subito dopo anche la risposta. Ovvero: «Non quando c’è uno scandalo, ma quando uno scandalo non viene vissuto come tale. E oggi, ad anni di distanza, le torture di Genova non sono ancora vissute come uno scandalo».
E non può che essere una claque inesausta quella che accoglie il suo invito-auspicio, ricordando la «catena di morti sul lavoro», affinché si pongano le basi di uno sciopero generale quale «banco di prova per la maturità dell’opposizione», dal momento che «oggi non c’è un’opposizione perché non c’è la sinistra. E il Pd non ha i fondamenti per essere un partito di opposizione». Battimani ovvi anche alla sua evocazione di «un socialismo del XXI secolo» di cui lui già intravvede in nuce, se non in Europa, nelle esperienze sudamericane dei Chavez, dei Lula e dei Morales. Manca soltanto un hasta la victoria siempre!
Ma ciò che più colpisce è che il ritrovato Bertinotti di lotta riesce a sollevare applausi anche quando dice cose che alla sua gente, in linea di massima, non dovrebbero suonare gradite. Come quando chiede che la base si interroghi sui «perché oggi non ci sia più nemmeno un circolo di Rifondazione a Mirafiori». O quando li invita a «indagare perché il malcontento ha un esito di destra, dal momento che se un operaio di Brescia iscritto alla Fiom Cgil, poi nell’urna vota Lega, non si può dire che è uno sciocco o uno stupido, ma uno che ragiona sulla base di una convenienza attesa. O noi costruiamo una risposta, o lui continuerà a votare Lega».
Lui l’ha capito, la base vedremo.