Addio a Carlo Caracciolo, il principe dell’editoria

E' morto all'età di 83 anni nella sua casa di Roma. Principe di Castagneto e duca di Melito, fu partigiano e, poi, studente ad Harvard. Sposò l'editoria e fondò <em>l'Espresso</em>, <em>la Repubblica</em> e diversi giornali locali. <em>Liberation</em> l'ultima scommessa<br />

Roma - Il fondatore dell’Espresso e la Repubblica, l’editore Carlo Caracciolo, si è spento ieri sera nella sua casa romana. A darne notizia è stato il sito del quotidiano. Principe di Castagneto e duca di Melito, Caracciolo era nato a Firenze il 23 ottobre del 1925 e aveva preso parte alla guerra di Liberazione in Val d’Ossola dove si era unito alla Brigata Matteotti. Laureato in Giurisprudenza a Roma, specializzato alla Harvard University, cominciò ad occuparsi di editoria nel 1951, quando a Milano fondò la Etas Kompass, specializzata nella pubblicazione di riviste tecniche e di annuari industriali. Nel 1955 partecipò alla costituzione della Ner (Nuove edizioni romane), che aveva come azionista principale Adriano Olivetti e che l’anno successivo inizierà a pubblicare l’Espresso sotto la direzione di Arrigo Benedetti. Proprio nel 1956 nella vita di Caracciolo avviene la svolta, che con grande autoironia lui stesso aveva sempre definito un colpo di fortuna: da Olivetti ricevette in regalo il pacchetto azionario di maggioranza della casa editrice e si ritrovò padrone dell’Espresso, rivista della quale fino ad allora si era occupato solo per quanto concerneva la pubblicità.

Da allora è stato uno dei protagonisti dell’editoria italiana. E nel 1976 divenne presidente e amministratore delegato della società editrice La Repubblica, nata da una joint venture tra Editoriale L’Espresso e Arnoldo Mondadori Editore che subito iniziò le pubblicazioni del quotidiano diretto da Eugenio Scalfari. Nel 1988 il pacchetto di maggioranza dell’Espresso e la quota di Caracciolo di Repubblica vennero ceduti alla Mondadori, di cui Caracciolo divenne presidente. E nel 1991, al termine della cosiddetta guerra di Segrate - il contenzioso scatenato in seguito alla assunzione del controllo della Mondadori da parte di Silvio Berlusconi - Caracciolo fu nominato presidente del Gruppo editoriale L’Espresso, controllato dalla Cir di Carlo De Benedetti. Carica che lasciò con dispiacere nel 2006, proprio a vantaggio dello stesso De Benedetti.

Ma se la sua vita professionale fu ricca di soddisfazioni non da meno fu la sua vita privata. Amante delle belle donne e del gioco (era appassionato di poker e giocava con Gigi Melega, Jas Grawronski e Claudio Rinaldi), ebbe la fortuna di avere come cognato Gianni Agnelli, che aveva sposato sua sorella Marella nel 1953 e con il quale ebbe un rapporto di amicizia che andò al di là del legame familiare. «La cosa che più mi impressionava dell’Avvocato - ricordava - era l’enorme desiderio di piacere. Aveva una vitalità straripante, quasi pericolosa. Era un giovane gaio, con disponibilità economiche ovviamente inesauribili cui facevano riscontro poche occupazioni». Il tono leggero e distaccato era la sua cifra, il suo stile. In una delle ultime interviste gli fu chiesto chi lo chiamasse principe e lui rispose «Nessuno. Solo i posteggiatori. Tutto sotto sterzo, principe». Quanto alle donne, si narra che ne abbia avute tante. Ma sempre con la discrezione di un vero aristocratico.

Fra i primi a esprimere il loro cordoglio per la scomparsa di Caracciolo, il leader del Pd, Walter Veltroni, e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Il primo lo ha ricordato come «uno straordinario editore, un grande uomo di cultura e un signore». Il secondo ha detto di aver coltivato negli ultimi anni con Caracciolo «una sincera amicizia» e di essere convinto che l’editore, «grande uomo innamorato del proprio Paese», «mancherà a tutta l’Italia migliore a prescindere dagli schieramenti politici».