Addio al cineasta che dissacrava i miti di Hollywood

Maurizio Cabona

Alla prospettiva di ricevere l'Oscar alla carriera, detto «il bacio della morte», l'ottantunenne Robert Altman esitò. Era un regista abbastanza importante per poter fare quel che non aveva saputo fare Elia Kazan: lasciar lì la statuetta, a onta di chi non aveva avuto l'intelligenza di dargliela trent'anni prima per Nashville. Poi i colleghi più conformisti gli fecero credere che un rifiuto avrebbe ferito i suoi collaboratori, che avrebbe ritardato la riedizione dei suoi film in dvs ecc.. Il resto è cronaca. Altman cedette e nello scorso marzo alzò la statuetta «alla carriera». Consapevole però del rischio che correva, assistere al suo funerale, cercò almeno di cautelarsi con massicce dosi d'ottimismo. Disse perfino: «Camperò molti altri anni, girerò molti altri film». Si sbagliava due volte. Infatti è sopravvissuto solo otto mesi alla statuetta - si è spento ieri a Los Angeles - e non ha più girato nulla. Anche se il trapianto cardiaco - il cuore di un trentenne batteva in lui - era rimasto quasi segreto per oltre un decennio, occorreva che un altro regista garantisse di finire i film che lui cominciava, perché le assicurazioni accettassero di coprirne i rischi. Tenace, Altman lavorava comunque negli ultimi giorni a un nuovo progetto, ispirato da una delle tante stravaganti gare di resistenza degli Stati Uniti. Stravagante, agli occhi dei più, era del resto anche lui, sempre in lotta col sistema capitalistico nudo e crudo di Hollywood, lotta finita con la sua prevedibile, ma onorevole sconfitta. Perché Altman ha segnato un'epoca. Non solo del cinema.
Regista di notevoli e talora grandi film collettivi, da Mash (1970, Palma d'oro) a Nashville (1975), da Tre donne (1977) ad America oggi (1993, Leone d'oro), nei cinquant'anni di carriera cinematografica - accanto c'era quella teatrale - di Altman, il meglio sta in mezzo. Si può trascurare il debutto, con Storia di James Dean (1957), come la raffica finale: da Kansas City (1996) a Radio America (2006). Questi ultimi titoli sono stati tutti inflitti agli incolpevoli frequentatori del Festival di Berlino, forse perché in loro si acuisse, anziché spegnersi col tempo, la nostalgia dell'Altman fra i quaranta e i cinquant'anni, quello che faceva cantare a Keith Carradine I'm Easy in Nashville. Ripensiamo dunque alla stagione fra Conto alla rovescia e America oggi. Tecnicamente, esteticamente, forse anche moralmente, America oggi supera Conto alla rovescia. Miticamente no: girato nel 1967, due anni prima del presunto sbarco lunare, Conto alla rovescia presentava un astronauta (James Caan) ancora fantascientifico, come primo americano - non come primo uomo - a metter piede sulla Luna. Qui erano già sbarcati i russi, ma per rimanerci in eterno. Caan, che voleva invece tornare a casa, affidava la sua salvezza alla direzione indicata dalla zampa di coniglio datagli dal figlioletto.
Di Mash si è parlato anche troppo, per decenni. Merito dell'antimilitarismo, che colpiva in un regista che, da giovane aviatore, aveva scaricato bombe sui civili. Forse perciò sfondo di Mash era la guerra: non più quella contro la Germania, ma quella contro la Corea, che andava preso come sinonimo di Vietnam. Con Afghanistan e Irak nel mirino, sembra storia vecchia, ma tutto si tiene. Così, ormai, perfino quel film goliardico, su un ospedale militare, ha finito col mancarci.
L'autobiografia dell'America che emergerà pochi anni dopo, nel 1975, da Nashville, è uno dei momenti più alti di una Hollywood che si risollevava da una crisi durissima grazie alle «teste d'uovo» autoriali. Per la prima volta nella storia del più grande cinema del mondo, persone intelligenti erano ben pagate per sembrare più intelligenti ancora e non per per sembrare stupide, come accadeva prima. E come accade ora. Superbo nello sferzare il provincialismo con Nashville, Altman perse l'occasione di firmare il film dei film sulla California, quando ridusse Il lungo addio di Raymond Chandler, ambientato nel ’48, a satira ambientata nel ’73. Dalla collaborazione con Altman è uscita, meglio di Chandler, la butirossa ma seducente Susannah York, interprete di Images (1972), tratto da un suo stesso libro, che le valse il premio d'interpretazione a Cannes. Quanto agli italiani, è capitato a Vittorio Gassman e Gigi Proietti di trovarsi coinvolti nel corrosivo bailamme di Un matrimonio; e a Marcello Mastroianni e a Sophia Loren nella stanca confusione di Prêt-à-porter (1994), canto del cigno dello stile di Altman. A volte ci vorrebbe il pudore di non agonizzare in scena; morirci - come Molière - non è da tutti. Ma I protagonisti (1992) - tratto dal romanzo di Michael Tolkin (Bompiani) - era ancora interessante, perché aveva almeno il pregio di spiegare ai sognatori europei quale piega avesse preso Hollywood, dopo la breve stagione nella quale Coppola/Scorsese/Spielberg sembravano dettare la linea alle majors e non il contrario. Altman urlò che ogni soggetto andava raccontato a funzionari ignoranti in 25 parole e che ogni film doveva finire bene. Forse per un estremo dispetto, triste per aver mentito a se stesso in cambio di una statuetta inflazionata, ha preferito morire con uno schianto, non con una lagna.