Addio a Colzani baritono con grinta

Alberto Cantù

Mai come per il baritono bolognese - di Budrio, classe 1918 - Anselmo Colzani valse la malinconica verità che la storia degli interpreti è scritta sull’acqua. O sul disco. Di Colzani, scomparso ieri a Milano dopo un lungo ricovero in clinica alla soglia degli 88 anni, abbiamo però due sole registrazioni, entrambe dal vivo e tecnicamente mediocri: una Adriana Lecouvreur di Cilea dal Metropolitan di New York (1963) e, registrata al Comunale di Trieste nel ’61, quella rarità che è ormai l’opera teoricamente più nota di Zandonai: Francesca da Rimini. Anche le poche tracce, ad ogni modo, possono essere significative. Cilea e Zandonai dicono che Colzani aveva una speciale inclinazione per il repertorio italiano fine secolo, quello che si suol chiamare verista, e la parte del cattivo di Gianciotto, nella Francesca, gli stava a pennello sin dall’attacco non certo arcadico: «Per Dio gente poltrona, razzaccia sgherra». Altra traccia. L’Adriana newyorkese è Renata Tebaldi e la Francesca triestina una mirabile Leyla Gencer. Questo ci ricorda che Colzani lavorò abitualmente a fianco dei maggiori artisti del secolo (Callas inclusa: Traviata e Fedora). La Tebaldi poi, dopo un Mefistofele a Rovigo del ’44, esordì praticamente con lui, due anni dopo, al Comunale di Bologna, in Lohengrin, dove Colzani era l’Araldo.
Come la «voce d’angelo», anche il cantante bolognese fu un beniamino del Metropolitan e lo divenne, fino agli anni Ottanta, grazie a Simon Boccanegra, sostituendo Leonard Warren quando nell’aprile 1960 scomparve d’improvviso. Era, Colzani, un baritono di natura drammatica: non a caso ad Atlanta gli diedero la «stella di sceriffo» per l’interpretazione di Jack Rance nella Fanciulla del West di Puccini. Alla Scala aveva esordito nel ’52 sostituendo Gino Bechi nell’ultima recita di Cavalleria Rusticana. Tre anni dopo, sempre al Piermarini, affrontò la prima del David di Milhaud. La sua natura e la sua versatilità lo videro cantare Puccini, Ponchielli e molto Verdi.