Addio Democratici Si torna a Ds e Ppi

Dal «Grande Balzo In Avanti» al «Grande Balzo all’Indietro». Sta capitando al Pd di Veltroni la stessa sorte che toccò alla rivoluzione di Mao Ze Dong. Il «Grande Balzo» doveva attuare una straordinaria modernizzazione e finì nel ’60 con una carestia che costò decine di milioni di morti. Al Pd andrà meglio, non ci saranno vittime, ma già si annusa aria da grande ritirata. Il fine settimana scorso ha visto la rinascita degli ex Ppi. Ad Assisi si sono riuniti a convegno tutti i leader dell’ex partitino nato dopo la morte della grande Dc. Sotto la guida di Franco Marini, con Giuseppe Fioroni a fare da padrone di casa e Dario Franceschini nell’eterno ruolo di attor giovane, i popolari si sono ricostituiti. Per il Pd si è creata una situazione di pre-scissione permanente.
Pochi mesi fa era toccato a Massimo D’Alema dar vita con «Riformisti e Democratici» (l’acronimo è ReD) al raduno di quasi tutti gli ex diessini a cui si erano aggiunti alcuni compagni di strada. Ora sono gli ex popolari che tornano assieme. Nel gioco dell’oca c’è sempre il rischio che i dadi, giocati male, ti riportino alla casella di partenza. Nel Pd i dadi sono stati giocati con tanta superficialità che la casella di partenza è proprio quella primordiale. Non si sta tornando a Ds e Margherita, ma ben prima. Restano fuori dai nuovi schieramenti, infatti, sia la componente prodiana, quella che dette vita al famoso Asinello, sia Francesco Rutelli che, con i suoi teodem, sperava di prendere la bandiera cattolica che invece è saldamente impugnata dal trio Marini-Fioroni-Franceschini che sbarrano il passo anche alla «cattolica adulta» Rosy Bindi. Dal lato sinistro sono fuori (a parte qualche correntina di contorno, tipo quella para-dalemiana di Livia Turco e Vincenzo Vita), Piero Fassino, che non vuole più nessuno, e Pierluigi Bersani che D’Alema non considera più come eterno aspirante alla segreteria del partito.
Se questo è lo stato dell’arte, si capisce bene che grado di confusione regni nel Pd. Ho scritto che siamo in uno stato di pre-scissione permanente perché è molto probabile che la scissione non ci sarà per ora, ma tutti si comportano come se possa esserci. Nel convegno di Assisi, i popolari, che sono gente pratica, hanno chiesto a Veltroni più potere per poter garantire la prosecuzione dell’appoggio politico. Più potere vuol dire che, per esempio, Giuseppe Fioroni non vuole più tra i piedi Goffredo Bettini, ingombrante plenipotenziario in disgrazia di Veltroni. Al tempo stesso i popolari cercano di mettere un freno a Enrico Letta e a Rutelli, sorpresi nel tentativo di avviare un dialogo imbarazzante con gli uomini di Casini. Rutelli pensa a Casini perché immagina, in caso di crac del Pd, di fare un partitino con l’ex presidente della Camera. Letta è mandato in avanscoperta da Massimo D’Alema che ha molti sostenitori lettiani fra i dirigenti della sua ReD. Sembrano completamente fuori gioco gli ex Asinelli di Arturo Parisi, costretti ad affaticarsi fra gli impervi sentieri dei pascoli di Di Pietro sognando che torni dall’Africa Romano Prodi.
Non si capisce in tutto questo fiorire di correnti e correntine quale ruolo si sia ritagliato Walter Veltroni. Sulla carta più il Pd si divide in ex Ds ed ex Popolari, con altre correnti di contorno, più il segretario può sentirsi in sella. A meno di un patto doroteo fra diessini e popolari che lo butti per aria, la nuova divisione nel Pd lascia un po’ di tempo da vivere, politicamente, a Veltroni. Il suo sguardo è tutto sulla piazza del 25, se sarà affollata o meno e quanto sarà divisa fra manifestanti riformisti e militanti dell’antiberlusconismo. Il vero guaio per Walter è che da quando sono rinate le primitive aggregazioni partitiche, nessuno fuori del Pd vorrà parlare con il segretario del Pd. Tutti quelli che vorranno interrogarsi su come il Pd voterà in Parlamento, invece di chiederlo a Veltroni o ai due desaparecidos capigruppo, Finocchiaro e Soro, dovranno rivolgersi a Fioroni e Latorre per sondare D’Alema e Marini. Non eravamo partiti proprio da qui?
Peppino Caldarola