Addio a don Verzè, papà del San Raffaele «Era come un profeta»

Dice un uomo che lo conosceva bene e, dopo tanti anni di vita condivisa, ha voluto vederlo da morto: «Ha ripreso l’espressione guascona e combattiva. La sua espressione. Negli ultimi tempi l’aveva perduta». La parabola straordinaria di Don Luigi Verzè si conclude nel più ordinario dei modi, vegliato dai suoi nella sua casa milanese, la cascina lombarda dove ha vissuto negli ultimi trent’anni insieme ai suoi fedeli Sigilli, consacrati dalla Chiesa di Verona.
La camera ardente pubblica, riservata a tutti coloro che vorranno rendergli omaggio, sarà allestita questa mattina per due ore, dalle 9 e 30 alle 11 e 30, al Ciborio, lo spiazzo centrale del nuovo centro di ricerca del San Raffaele. La bara sarà esposta nel medesimo luogo in cui è stato celebrato il funerale dello storico braccio destro di don Luigi, il fedelissimo Mario Cal, morto suicida nel luglio scorso. Subito dopo la salma di don Verzè partirà per Illasi, il paese in cui era nato 91 anni fa. A celebrare le esequie funebri sarà il vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti.
In questi giorni i suoi amici e parenti lo hanno vegliato, vestito come sempre, in completo blu, cravatta rossa, croce all’occhiello. Non l’abito talare ma l’abito della festa. Nella cerchia degli intimi, a pregare il Rosario c’è anche Tina, la vedova di Mario Cal. Arriva monsignor Carlo Faccendini, vicario inviato dal cardinale Scola a portare la preghiera e il cordoglio dell’arcivescovo a tutta la comunità del San Raffaele.
Anche don Antonio Mazzi, già suo allievo e da tempo vicino di casa con la comunità Exodus, è corso al San Raffaele a rendergli omaggio: «In passato Luigi ha tentato di coinvolgermi nei suoi progetti... ma due balordi, entrambi veronesi e un po’ folli, non potevano stare insieme». L’amarezza dei tempi recenti: «Vorrei dimenticare i suoi ultimi dieci anni, quelli dell’esaltazione e delle amicizie che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere. Luigi sognava di prendere in mano il mondo». Un ricordo affettuoso: «Era un profeta e i profeti sono sempre strani. Un anno fa mi ha portato su quel mappamondo lì, la cupola. Ricordati, gli dissi, che il Padreterno viene sempre prima di te. Si mise a ridere». Un insegnamento per tutti: «Ha sbagliato e ha pagato, la sua vicenda ci ricorda che in tutti noi convivono Abele e Caino, e vale anche per quelli che si credono santi. È più difficile fare bene il bene che fare male il male».
Nei primi momenti il viavai dei conoscenti era libero, poi è scoppiato un piccolo incidente diplomatico con un fotografo, che voleva immortalarlo disteso nella cappella della cascina, davanti al Santissimo Sacramento, all’altare costruito con tronco e radici di ulivo secolare. Dopo il flash importuno, la sorveglianza si è fatta più stretta.
Si susseguono i messaggi di condoglianze. Scrive il presidente della Provincia, Guido Podestà. E il governatore Roberto Formigoni, che per anni gli è stato vicino, ricorda che «ha assistito e curato migliaia di persone». Conclude: «Al di là degli aspetti recentemente emersi, che dovranno essere chiariti e di cui certamente non è questo il momento di parlare, rimanga la preghiera e il ricordo di quanto di positivo egli ha fatto».