Addio a Ferrè, l'architetto della moda

Amava i colori accesi e dolci. Il momento più alto quando fu nominato direttore artistico della maison Dior

Milano - "Quando si entra nel suo regno l'unica guida diventa l'immaginario. L'unica legge, la passione". Non ci sono parole migliori per descrivere la potenza creativa di Gianfranco Ferrè, scomparso ieri pomeriggio nel reparto di rianimazione neurologica dell'ospedale San Raffaele di Milano. Infatti le ha scritte Giusi Ferrè, giornalista, biografa e amica dello stilista-architetto con cui divide, oltre al cognome, lo stesso principio della forma intesa come sostanza. "Gianfranco e il suo socio non si sono mai dati del tu anche se si conoscono e stimano da una vita", raccontava Giusi all'inizio degli anni Ottanta, quando Ferrè deteneva il controllo del suo marchio esattamente a metà con l'uomo d'affari bolognese Franco Mattioli.

Nato a Legnano nel 1944 in una famiglia di piccoli industriali, il grande designer lombardo ha cominciato a occuparsi di moda appena finita l'università. "Mi sono laureato nel '69 al Politecnico di Milano senza cedere all'eskimo e alla barba guerrigliera" raccontava con pochissima indulgenza per chi non vuole prendere sul serio il lato estetico della vita. L'immagine riportata dal suo primo viaggio a New York non era tanto quella dei grattacieli, quanto l'apparizione folgorante di una bandiera rossa che sventolava su uno sfondo perfettamente blu davanti al consolato cinese. Amante dei colori densi e pieni oltre che delle preziose tonalità cangianti dell'Oriente millenario, Ferrè era magistrale anche nell'uso del bianco e nero, nel classico grigio degli inverni milanesi e delle tinte più sobrie dell'arcobaleno: dal cammello al marrone senza comunque dimenticare il blu. Le sue camicie candide e belle come certe statue del Canova, erano autentici capolavori di stile. "Difficili da stirare" dicevano i profani che non riuscivano a cogliere la minima praticità nel suo sublime gusto per la decorazione. Invece pur facendo i fiocchi più belli che si possano immaginare e preziosissimi ricami di cui aveva imparato il segreto in India dove ha soggiornato a lungo all'inizio della carriera, Ferrè creava modelli d'intrinseca semplicità ispirandosi spesso agli abiti militari oppure alla grande tradizione dello sport. "Subisco il fascino della divisa" ammetteva burbero come un ussaro e altrettanto chic nei suoi impeccabili completi di sartoria che riuscivano a smagrirlo molto più delle diete con cui ha sempre avuto unrapporto conflittuale.

"Gianfranco è goloso" confidavano gli amici divertiti dall'unica indulgenza che l'uomo si concedeva nel suo assoluto rigore di vita e lavoro. Il primo ictus lo ha colpito cinque anni fa costringendolo ad affrontare una lunga terapia che esclude d'ufficio i peccati di gola. "È dimagrito tantissimo e adesso sta bene" ci dissero le persone del suo entourage quando la notizia della malattia cominciò a traperlare nella ristretta cerchia degli addetti ai lavori. Il tacito accordo di rispettare la privacy del personaggio ha reso la stampa cieca, sorda e muta davanti alle conseguenze dell'episodio: una certa difficoltà nell'articolare le parole in modo chiaro e l'uso della mano destra recuperato con caparbio impegno dopo molti mesi di cure. Ci sono stati momenti di straordinaria intensità come una standing ovation nel backstage davanti a un modello d'inaudita bellezza che riassumeva lo spirito della stagione. "Per me parlano i miei vestiti", diceva Ferrè all'inizio di ogni intervista. Poi, però, la tentazione di spiegare le molte fonti d'ispirazione era più forte di lui. E all'improvviso ti ritrovavi in un mondo incantato dove la purezza delle forme di Mies Van Der Rohe incontra l'opulenza dello stile pompier senza dimenticare quel certo non so che di austro-ungarico a cui questo grande lombardo era devoto oltre ogni dire. La sua Africa era popolata di fiere e regine, ma non aveva nulla di tribale tranne un selvaggio sex appeal. Quando nell'89 venne nominato direttore artistico della maison Dior al posto di Marc Bohan, l'abbiamo visto trasformare un chilometrico nastro in tulle di seta nel più minuscolo dei mughetti. Applicati a mazzi sugli indimenticabili abiti da sera del gran finale della sua prima sfilata parigine, quei fiori profumavano davvero. Di talento, rispetto delle tradizioni e culto delle innovazioni sensate, insomma del genio di Gianfranco Ferrè.