Addio a feste e fuochi artificiali L’austerity spegne il Ferragosto

Scrutiamo questo city-deserto di prospettive nude. Neppure i giardini pensili e abbandonati come stracci sono un’oasi, neppure i gelati dei pochi passanti rinfrescano. Milano appare come un villaggio di un vecchio set da Far West in disuso. Non c’è un bar disponibile con una bibita in viale Manzoni.
Milano è strana. Via Monte Napoleone è secca. Non è il regno della moda splendente, ma una vena prosciugata di bellezza. Lavorano gli operai in umana trascuretezza, imbrattati nella ristrutturazione dei grandi negozi. Davanti a un Gucci sventrato Fulvio Milan, 48 anni. Viene dalla Brianza ed è in tuta sbiancata. «Non avrei voglia di lavorare a ferragosto - dice - ma devo finire. Sono contento di avere da fare, però, e sono contento che Milano sia vuota. Meno intoppi, meno capricci, meno indifferenza, una tranquillità più sana».
Da Louis Vuitton, la scena si ripete. Dietro il paravento veramente sahariano, gli operai sono intenti alle piccole, umili mansioni di una ricca «casa» abbandonata. «Non ci possiamo concedere neppure un buon caffè - commentano - perché Milano non è prodiga nemmeno di questo, quando decide di togliersi dai piedi». Con menefreghismo. In piazza San Babila solo due taxi. «Siamo nei guai - sorride Domenico, taxi numero 250 -. Cosa significa essere in servizio il giorno di ferragosto? Significa avere la necessità di sopravvivere. Quest’anno siamo in mille ad aspettare una corsa. Che non arriva. Ma speriamo. Nelle feste terribili vorremmo stare a casa con le famiglie anche noi. Ma è meglio partire per un viaggetto cittadino, magari da San Babila alla stazione. Serve». Certo. Lo ribadisce anche Baiù, l’algerino di turno al McDonald. «Sono onorato d’avere un lavoro e lo onoro di più stando qui proprio a ferragosto».
Anche il mitico, yankee, Abercrombie è fermo. Primo anno di stop. Lo aveva detto il ragazzo a petto nudo che si faceva fotografare nei giorni scorsi. «In questo ferragosto non ci saremo. Un po’ dispiaciuti, ma la società ha deciso di non lavorare». Invece a pochi passi la piccola Salsementeria di Parma, in via San Pietro all’Orto, non molla. Isabella e Ingrid si danno da fare nell’ambientino artigiano con le immagini di Giuseppe Verdi, a pochi metri dalla Scala, uno dei pochi teatri lirici al mondo a non cantare neppure «Va’ Pensiero». «Sfidiamo il deserto con un sorriso - racconta Andrea Ussia, uno dei responsabili del ristorantino -. L’apertura è un gesto politico in una città che muore».