Addio a Fleischer apripista del cinema

Morto a 90 anni il regista che nel ’48 vinse l’Oscar per «Progetto di morte»

Maurizio Cabona

Morto ieri a Los Angeles, Richard Fleischer era figlio di Max, famoso nel cinema di animazione prima di Walt Disney, cui Max Fleischer e il fratello Dave terranno testa anche quando Topolino e Paperino saranno al culmine del successo, ideando Betty Boop (1930) e Braccio di ferro (1933). Richard Fleischer (1916) poteva definirsi in un certo senso il loro fratello maggiore, ma la fama non l’ha ereditata. Anzi, proprio lui diresse il primo film con attori (Kirk Douglas e James Mason) della Disney: 20.000 leghe sotto i mari (1956, due Oscar).
Nella carriera di Fleischer ci sarebbe poi stato un altro film per bambini, Il favoloso dottor Dolittle (1967) con Rex Harrison, che frutta altri due Oscar e diventa modello del Dottor Dolittle di Betty Thomas (1998), con Eddie Murphy. Non è l’unico film di Fleischer che altri registi avrebbero rifatto: Le iene di Chicago (1952) avrebbe generato Rischio totale di Peter Hyams (1990) e Viaggio allucinante (1966) - un altro Oscar - Salto nel buio di Joe Dante (1987). E ancora di Fleischer Che!, con Guevara impersonato da Omar Sharif e Castro da Jack Palance, anche questo un film in corso di rifacimento in una Hollywood dove le qualità di Fleischer sono rimaste proverbiali: mite, modesto, bravo in tutto, capace di passabili film perfino partendo da infime sceneggiature, sempre puntuale nei tempi di lavorazione. Non è solo per gli Oscar ai suoi film e per quello personale, ricevuto per Progetto di morte (1948), che Fleischer ha avuto mezzo secolo di carriera.
Di questa professionalità il grande pubblico ha colto i risultati, come I diavoli del Pacifico (1956), che precorreva in chiave bellica I segreti di Brokeback Mountain. Celeberrimo anche I vichinghi (1958), dove si formava ancora il sodalizio di Fleischer con Kirk Douglas, affiancato da Tony Curtis ed Ernest Borgnine, caso raro di film i cui interpreti siano vivi dopo quasi mezzo secolo; caso più raro d’attori ebrei in parti di scandinavi. In compenso il messicano Anthony Quinn sarebbe stato l’ebreo Barabba nel film omonimo (1962), il primo girato da Fleischer per Dino De Laurentiis e il primo girato in Italia, con un cast che includeva ancora Borgnine, oltre a Vittorio Gassman, su sceneggiatura di Christopher Fry e Diego Fabbri a partire dall’adattamento di Giuseppe Berto e Ivo Perilli del romanzo di Lagerkvist. In quel periodo Fleischer era al culmine della carriera. Agli Oscar s’era aggiunto il premio al Festival di Cannes per gli interpreti (Orson Welles, Bradford Dillman e Dean Stockwell) di Frenesia del delitto (1959), ispirato all’episodio di cronaca già all’origine dell’hitchcockiano Nodo alla gola. Sarebbero seguiti i titoli oggi più famosi della filmografia fleischeriana: oltre al citato Viaggio allucinante, che lanciò Raquel Welch, sono suoi i primi film su assassini seriali: Lo strangolatore di Boston (1968), con Tony Curtis; e L’assassino di Rillington Place n. 10 (1970) con Richard Attenborough. Nello stesso anno Fleischer girò Tora! Tora! Tora!, un altro film sulla guerra del Pacifico, il migliore su come Roosevelt indusse Hirohito alla guerra.
Precursore per natura, Fleischer impone al pubblico anche uno dei primi film su minorati, come Terrore cieco (1971), con Mia Farrow. E dal romanzo di Joseph Wambaugh trae I nuovi centurioni (1972), con George C. Scott, il migliore dei tanti film sulla polizia di Los Angeles. E fra effetto serra, eutanasia libera e crisi alimentare 2022: I sopravvissuti (1973), con Charlton Heston e Edward G. Robinson, è un’anticipazione molto più verosimile oggi, a soli sedici anni dalla data del titolo. Poi i primi segni del declino: il fiasco dell’avventuroso Ashanti (1979), con Omas Sharif, Peter Ustinov e William Holden, fu amaro per Fleischer, ma per il proprietario del maggiore cinema di Lugano, che l’aveva ipotecato per finanziare il film, fu inizio e fine della carriera di produttore, come inizio e fine della carriera d’attore di Neil Diamond fu Il cantante di jazz (1980). Fleischer è stato grande, ma anche i grandi sbagliano.