Addio Funari, il telepredicatore: sfrontato, vulcanico visse d’azzardo tra donne, cabaret, Tv

Scompare
un grande protagonista
della televisione italiana.
Mattatore, guastatore è stato un uomo
e un presentatore
dai mille volti
che ha cambiato
il piccolo schermo. La sua <a href="/a.pic1?ID=275686" target="_blank"><strong>tele-rivoluzione</strong></a>. L'uomo qualunque della tv che <a href="/a.pic1?ID=275689" target="_blank"><strong>inventò il &quot;format&quot; di leghismo e dipietrismo
</strong></a>

Gianfranco Funari è morto ieri mattina all’ospedale San Raffaele di Milano, dove era ricoverato da cinque mesi per problemi di cuore. Funari aveva 76 anni ed era nato a Roma, dove fu notato nei locali da Oreste Lionello. A Milano ottenne i primi successi col cabaret prima di cambiare il modo di fare televisione

Già da pupo si era portato avanti con il lavoro: padre socialista, madre comunista e come vicino di casa, al civico 10 di via Famagosta, Roma, nientepopodimenoché Franco Califano. Va da sé che Gianfranco Funari già dai tempi prebellici sapeva di che vita dover vivere, zigzagando, azzardando, provando, riprovando, saltando da un tavolo all’altro, per mangiare e giocare, provando con il cabaret, la satira, il cinema, la letteratura, la musica, le roulette, Saint Vincent e Honk Kong, le acque minerali e la regia, la direzione di un quotidiano, ahimé e ahinoi, la pubblicità di una carne in scatola, lo sbarco in Fininvest, l’uscita da Mediaset, gli approdi in Rai, una e trina, su un canale a prescindere, da mattina a sera, il naufragio, l’isolamento, tre mogli, settantasei anni veramente vissuti, veramente sofferti, veramente goduti, settantasei anni veloci e feroci, maledetti gli ultimi per il cuore che faceva il furbo, per quelle sigarette bastarde e più di mille, non più fumo fascinoso tra i tavoli verdi dei casinò ma veleno maligno tra un letto d’ospedale e una sala operatoria.
Chi era Funari, allora? Chi è stato? Un canaro della televisione, come i sacerdoti del pensiero nobile, gli intellettuali studiosi, docenti scriventi del tubo catodico scherzavano e deridevano o, semplicemente, il figlio di un barrociaio, di un vetturino, il biondino dai denti bianchi che venne fuori dalla guerra sapendo che l’Italia era da ricostruire ma anche la vita propria andava sistemata, inventata, disegnata, tutta, secondo piacere, secondo l’odore e l’umore della «ggente», ascoltando, assorbendo parole e pensieri come una spugna per poi spruzzare fuori il sapere comune, il sentire ordinario, la vita di tutti i giorni. Non era un tipo docile, dolce sì, non era una persona elegante anche se garbata, viaggiava da tempo con un bastone e la barba bianca e a volte pensavi stesse recitando la parte di Funari che fu e che era diventato, attore di se stesso, interprete di una commedia furbastra, condita dal linguaggio romanesco e romanaccio, a rigà, ’a reclàme, damme la tre, ma, un secondo dopo, dall’intuizione geniale sull’argomento da proporre e sbattere in faccia, come un colpo di frusta di suo padre socialista ma soprattutto vetturino, come la strizzatina d’occhio di un croupier mentre la pallina spazzola i numeri della roulette e i giocatori roteano gli occhi, sperando, pregando, maledicendo.
Non è il caso di farne un eroe, nemmeno un martire, anche se i tempi questo vogliono, soprattutto con chi ha deciso di salutare la comitiva. Ma Funari è stato sicuramente un fenomeno di un’epoca trash, immediata, volgare e genuina assieme, televisiva allora, megafono di un italiano che ne aveva piene le tasche del potere e di chi lo gestiva, posticipo mediatico dell’uomo qualunque di Giannini, anticipo popolaresco del grillismo di gran moda, senza offese tuttavia a papi e re o adunate circensi ma con il sangue caldo alle tempie, testimone, opinionista, sentinella civica e civile, conduttore censurato in ogni dove ma con un particolare in esclusiva: di lui nessuno mai si occupò per battaglie di propaganda politica sulla libertà di informazione e affini, né i Santoro, né i Luttazzi, né gli altri, in Parlamento e fuori, compresi gli Ordini professionali. Forse perché Funari ripeteva di essere un pentito del centrodestra e un deluso del centrosinistra, di non appartenere a nessuno se non a se stesso e a Morena, sua moglie ultima, paziente, amatissima. Forse perché Funari parlava di cose normali, di un malessere quotidiano, avendo conosciuto e frequentato davvero il malessere esistenziale e insieme i produttori del medesimo, i conduttori conducenti della politica, tutti, nessuno escluso, partecipanti allegri alle sue trasmissioni, bersagli di Aboccaperta e Mezzogiorno è (memorabile uno spogliarello di Gianfranco, in canottiera, sulla musica di Nove settimane e mezzo, tutto all’ora di pranzo, con le casalinghe disperate ma in un altro senso), uomini di centro, di sinistra, di destra, la Lega e il Piccì, Craxi e La Malfa (per il quale venne liquidato da mamma Rai), la Bindi e Andreotti, infine Craxi, che Funari andò a visitare ad Hammamet e dal quale ricevette confessioni, memorie, retroscena che mai volle rendere pubbliche, tenendole piuttosto come vademecum per il futuro. Politici e politicanti, dunque, di ogni dove, spavaldi e cocoricò in piazza ma timidi e intimoriti dinanzi all’imbonitore che ammollava il sorriso Durban’s insieme con la domanda al cianuro. Era il parlamento show e Funari sapeva confezionare il prodotto mettendoci anche il fiocco, con l’arte del venditore di acque minerali e del croupier, mancava soltanto il rien ne va plus mentre la «ggente», il popolo, se la spassava: «Qui ce vò l’applauso» era la frase che Funari metteva dopo ogni battuta-riflessione del suo show di cabaret, agli inizi della carriera, al Giardino dei Supplizi o al Sette per Otto, e poi, in televisione, con Emy Eco, la sorella pimpante dell’Umberto pensante, per dire.
Si fece intervistare in mutande e spiegò così la scelta: «Berlusconi così mi ha ridotto e Prodi me le toglie», qualsiasi riferimento a fatti, persone e conseguenze era voluto, fortissimamente voluto, sempre. Passati i tempi da trentamila lire a serata, al Derby di Milano, esplosi i giorni del miliardo in banca, tra sponsor e offerte clamorose. Erano anni belli, di schiuma, Funari, scoperto secondo biografia da Oreste Lionello, viaggiava di suo, la televisione fu un giochetto per lui, abituato a smazzare e lanciare fiches milionarie, era la piazza viva del mercato, sempre, non il salotto della cipria e del cerone, roba fresca, per gusti forti: «La televisione è come la merda, bisogna farla, non guardarla». Ne ha fatta e tanta, in verità l’ha pure guardata, troppo, al punto da sbagliare alcune dosi, con ovvi risultati del prodotto finale, tipo l’ultimo, agghiacciante Apocalypse show per fortuna cambiato in Vietato Funari, comunque tramonto, chiusura della parabola del fenomeno del favoloso secolo scorso costretto a fare i conti con i funarini che sono cresciuti attorno, sopra e sotto, usciti dalla xerox della politica spettacolo, all’inseguimento pure essi «della tre» e della «reclàme». La trasmissione è finita, non c’è pubblicità, Gianfranco Funari starà scegliendosi la telecamera migliore, continuando a giocare con il pensiero e le parole. Aveva così preannunciato: «Se in paradiso danno l’ergastolo io lo prendo». Qui ce vò l’applauso.