Addio a Gavio, il pragmatico dagli affari d’oro

Gli uomini hanno spesso un successo proporzionale alle proprie attitudini. Marcellino Gavio era una persona dal carattere semplice e gioviale, gentile con tutti, apprezzato dagli alleati e rispettato dagli avversari. Questo, prima ancora del suo spirito imprenditoriale, eccellente ma dai metodi chiacchierati, ne ha fatto uno degli uomini più potenti d’Italia, capace di resistere alle avversità e di espandere silenziosamente la propria influenza.
Insieme a queste qualità ne ha avuta un’altra, che non guasta, che lui stesso attribuiva a un insegnamento di Enrico Cuccia: quella «di parlare il meno possibile con i giornalisti». Il gruppo Gavio - autostrade, costruzioni, logistica, trasporti, ingegneria, energia, agricoltura e allevamenti; oltre 1,8 miliardi di ricavi, due società presenti in Borsa, partecipazioni in gruppi quotati e non quotati - è solido ma con un profilo di comunicazione molto basso. Sui giornali, Marcellino Gavio finiva (spesso) per la sua ragnatela di partecipazioni e di relazioni, o per qualche infortunio giudiziario, più che per i suoi business storici. Il principale, quello autostradale, è altresì testimone di un rapporto con il potere politico: non si gestisce un’attività in concessione, la cui redditività è sottoposta a tariffe decise a Roma, senza una frequentazione solerte, e soprattutto pragmatica, del Palazzo. Anche prima del suo ingresso nelle autostrade, dove oggi il suo gruppo è il secondo operatore dopo i Benetton, la contiguità con la politica era utile, visto che l’attività iniziale, quella dell’ascesa, fu edilizia; esercitata, in particolare, in quel variegato mondo che sono i lavori pubblici.
L’aneddotica tramanda che negli anni Sessanta un Marcellino trentenne mosse i primi passi sull’autostrada Milano-Serravalle (quella «di casa», visto che lui era nato a Tortona) vincendo l’appalto per la manutenzione dell’asfalto e lo sgombero della neve. Poi determinanti furono l’ondata di privatizzazioni e l’acquisto della Torino-Milano, poi venduta a Ligresti e poi da questi ricomprata; dallo stesso Ligresti, acquistò anche l’impresa di costruzioni Grassetto, che era già socia della sua Itinera e di Mediobanca nel Consorzio grandi opere. Fu proprio un grande disegnatore di schemi che portava il nome di Enrico Cuccia, amministratore delegato di Mediobanca, a propiziare quegli affari, dai quali ottenne due, anzi tre, effetti: dare ossigeno a don Salvatore, favorire il salto di qualità di Marcellino, e procurarsi da entrambi gratitudine perenne. Oggi Gavio e Ligresti sono azionisti di rilievo in Mediobanca.
Con lo stesso Ligresti e con i Benetton il gruppo condivide la proprietà della Igli, la finanziaria che controlla Impregilo. Ma la ragnatela delle partecipazioni, presenti e passate, è ampia e sembra seguire un filo logico di alleanze, più che di investimenti. È socio di Generali, che «ricambia» nella Sias, è socio di Garrone nella Erg, è socio di Carige, di Banca Passadore, un piccolo «salotto buono» genovese. Non è mancato all’appello patriottico per il salvataggio di Alitalia.
Scorrendo queste lieson, talvolta dangereuse, sembra quasi che Marcellino fosse sempre presente, che alle chiamate giuste non si sottraesse mai. Appare a fianco di Consorte nella scalata alla Bnl, da cui esce con una bella plusvalenza; entra nel club della Popolare di Lodi, quando Fiorani cerca imprenditori di rango con cui nobilitare la banca. Relazioni, politica: prima dà l’assalto all’autostrada Milano-Serravalle, appoggiato dalla Provincia di Milano, poi rivede la sua quota alla stessa Provincia, con una plusvalenza di 180 milioni su un investimento di 238. Non manca alla chiamata di un grande amico, Giancarlo Elia Valori, per l’avventura nei telefonini di Blu, ma l’idea e i soldi sfumano senza lasciare traccia. Tutto questo ha un prezzo. E infatti Marcellino Gavio finanziò la Dc e il Pci e per questo fu condannato nell’ambito di Tangentopoli: ma dopo un anno di esilio dorato a Montecarlo ne uscì indenne, senza un giorno di carcere.