Addio a Gaza, scatta il piano di ritiro israeliano

Il ministero della Difesa si prepara ad affrontare la protesta «arancione». Gli attivisti religiosi accorrono a migliaia per bloccare le strade di accesso ai militari

Gian Micalessin

da Ashkelon

Il G-day, il giorno più lungo di Gaza, scatta a mezzanotte. Da quel momento i coloni rimasti nelle proprie abitazioni, i cinquemila militanti d'estrema destra infiltratisi per dar loro man forte e qualsiasi altro estraneo saranno clandestini in zona militare. Ma la prima fase del G-day sarà pacifica e durerà 48 ore. L'hanno chiamata Yad Ahim, ovvero «mano tesa ai fratelli» e scatta domattina. Da allora fino alla sera di martedì soldati e polizia si limiteranno a bussare alla porta d'ogni abitazione dei 21 insediamenti per controllare quanti degli 8500 abitanti se ne sono andati, quanti lo stanno facendo e quanti non hanno nessuna intenzione di muoversi. Ritardatari e oppositori avranno tempo fino alle 23.59 di martedì per far fagotto. Chi acconsentirà, seppur in ritardo, verrà aiutato da soldati e poliziotti a caricare mobili e bagagli sui container e potrà andarsene a bordo delle proprie auto. Così oltre a veder garantito il trasferimento di tutti i suoi beni, veicoli compresi, conserverà anche il diritto ad un risarcimento che oscilla, tra i 200mila e i 400mila dollari. Chi resterà dopo la mezzanotte di martedì perderà almeno un terzo dei contributi. La perdita secca la registreranno, però, le casse d'Israele da cui, alla fine dell'operazione, si volatilizzeranno oltre un miliardo e 800 milioni di dollari.
La vera battaglia scatterà la mattina del 17. Da quel momento, stando alle previsioni del ministro della difesa Shaul Mofaz deciso a svuotare gli insediamenti entro la prima settimana di settembre, poliziotti e soldati dovrebbero vedersela soltanto con gli irriducibili. Una prima fase degli scontri potrebbe scattare già tra oggi e domani notte sulle strade intorno alla Striscia di Gaza. Là si giocherà la grande sfida tra i militanti dell'estrema destra religiosa organizzati, come in Ucraina, sotto le insegne arancione della rivolta anti-ritiro e i 42mila fra soldati e poliziotti chiamati a dispiegarsi in sei cerchi concentrici intorno e dentro Gaza. Un «cerchio» interno, disarmato, provvederà allo sgombero, un secondo armato terrà sotto controllo le operazioni e bloccherà episodi di violenza. Gli altri altro cerchi esterni fronteggeranno eventuali attacchi da parte di palestinesi o manifestanti ebrei.
L'estrema destra religiosa si muoverà dopo la solenne preghiera al Muro del Pianto di Gerusalemme che chiude stanotte il digiuno di Tisha Be'av, in memoria della distruzione del Tempio. A quel punto i militanti s'imbarcheranno su pullman e automobili e correranno verso Gaza per sdraiarsi sull'asfalto. Sarà l'inizio dell'operazione «alba arancione» per sigillare gli accessi agli insediamenti e bloccare l'esercito. I militanti arancio potrebbero però venir fermati quaranta chilometri prima da un divieto di circolazione in tutto il sud del paese. In caso di scontri armati entreranno in azione i reparti del cosiddetto «settimo cerchio» ovvero le forze anti sommossa di polizia ed esercito non inseriti in alcun piano ufficiale, ma pronti ad ogni emergenza.
Disinnescata o superata l'«alba arancione» e concluse le 48 ore della Yad Ahim mercoledì mattina scenderanno in campo le 400 squadre d'evacuazione formate da 17 uomini o donne senza armi da fuoco. Ognuna dovrà sgomberare in mezz'ora un un'abitazione utilizzando bastoni di gomma o idranti per stanare i coloni più recalcitranti. In caso di fuga sui tetti interverranno squadre di specialisti dotati di scale e corde di sicurezza. I servizi di sicurezza hanno pronta una pianta accurata di tutte le colonie che segnala le abitazioni più problematiche e i residenti più «pericolosi». Le difficoltà vere inizieranno alle porte di Neve Dekalim capitale delle 16 colonie del blocco di Gush Katif. Qui i bastioni di resistenza più dura sono Kfar Darom, la madre di tutte le colonie abitata da 500 militanti di estrema destra e Morag l'ultimo avamposto ebraico prima del confine egiziano sopravvissuto a decine di attacchi palestinesi. A gareggiare per la palma d'oro della resistenza ci sarà sicuramente Netzarim, l'isolata colonia nel centro della Striscia abitata da 60 determinatissime famiglie.
Una delle fasi più drammatiche e rischiose sarà il trasferimento delle 48 salme di coloni sepolti nel piccolo cimitero accanto a Neve Dekalim. La religione permette la riesumazione e il trasferimento dei resti solo davanti al rischio di profanazione delle tombe. I capi dei rabbini e la corte suprema hanno già dato il via libera in considerazione del successivo insediamento palestinese, ma nessuno fino ad ora vuole accollarsi l'ingrato compito della riesumazione. Le compagnie private si rifiutano e anche i becchini dell'esercito sono in fuga. Quando in un'occasione simile sgomberarono un cimitero del Sinai tutti i partecipanti all'operazione morirono nei 18 mesi successivi.