Addio Gazzetta e bigliettini Ora in Aula ci si rilassa con videofonini e Facebook

«Onorevole, che sta facendo?». «Sfoglio il Corriere». Regolare. Professionale. Documentato. Che poi il Corriere in questione fosse quello dello Sport e non quello della Sera, e che durante le sedute si leggesse di Falcao più che di Spadolini, era un altro paio di maniche. Innocenti passatempi d’aula, né più né meno degli studenti che tenevano i fumetti nel libro di Tucidide. Acqua passata, in quel del Transatlantico. Perché i tempi corrono e il cazzeggio mica batte la fiacca. E alla lettura di frodo del quotidiano sportivo subentra la navigazione «allegra» sui siti internet.
Ordinario relax tra i banchi del Parlamento italiano ai tempi della Rete. Addio ai bigliettini vergati ridacchiando, la Settimana enigmistica questa sconosciuta. Per sfuggire a quella brutta bestia della noia ci si aggrappa al portatile. E i fotografi nell’emiciclo spiano gli interessi di deputati e senatori, non sempre concentrati su ddl e interrogazioni. Per esempio c’è chi si allupa sui siti zozzi per poi dar di gomito al vicino, come denunciava l’ex deputato per caso Roberto Poletti. E c’è chi dopo due ore in auto blu, inglobato nel traffico, non ne può più. E allora evade navigando sul sito della Harley Davidson per assemblarsi una «Fat boy». Colore? Blu. Come le auto statali, così non si sente la differenza. Compara i prezzi, acquista. Molto più divertente di stare a sentire il quinto intervento identico sull’ordine del giorno. Poi c’è anche chi un po’ si sente in colpa. E quindi, mentre spulcia il sito di «Scherzi a parte» tra una coscia di Belen e un tatuaggio all’amatriciana di Amendola, tiene aperte anche tre finestre sul sito della Camera. Per sviare i sospetti...
Insomma, pure il fancazzismo è stato digitalizzato e i confronti ora non si fanno più tra i Rolex al polso, ma - ministre Prestigiacomo e Gelmini docent - tra i rispettivi palmari, ripieni di video spiritosi, foto buffe e messaggini carini. Rimangono in pochi a sfoggiare un libro invece del laptop. Giusto il Bossi, vecchio stampo, con davanti un volumazzo su Gerusalemme; e qualche altro cavaliere della Mezzaluna, con l’immancabile saggio sull’islam. Minoranze. Tribù in riserva di fronte all’avanzata dei conquistadores di Facebook. Invasori che ammazzano il tempo condividendo opinioni e boiate ma sbandierano la giustificazione dell’aggiornamento professionale. In principio fu il leghista Matteo Salvini, che ammise: «La sinistra ha parlato per 5 ore filate. Le alternative erano il suicidio e il computer, quindi sono stato lì a smanettare con mail e Facebook». Un diversivo, tipo Campo Minato. Ennò. Perché, insomma, «è diventato anche un’occasione di lavoro». Missione compiuta. Sdoganato.
E quindi olé, tutti a chiedersi l’amicizia, ad aggiornare lo status. «Il senatore Pincopalla sta votando la finanziaria», «il deputato Tiziocaio è iscritto al gruppo “Tre euro per un tramezzino alla buvette è un’offesa alla sacralità dell’aula”». Perché va bene tenere il contatto con il popolo, ma se si guardano bene gli schermi dei parlamentari, qualche dubbio sul fatto che questi signori non siano stati votati per farsi i fatti loro, sorge. Per esempio. Uomo delle istituzioni n° 1: grande attenzione nel visualizzare un video di YouTube che invita quei porci dei cani a trattenere i propri intestini troppo allegri. Impegno ambientale? Donna delle istituzioni n° 2, Munerato Emanuela, operaia leghista: sul display si legge «Votazione aperta, abilitato a votare». Una mano sul pulsante, l’altra a chattare tra foto di amici sul Libro delle facce. Le facce secondo cui Feisbuc è uno strumento di lavoro. Le facce toste?