Addio Gene Pitney Preferì Sanremo ai Rolling Stones

Morto a 65 anni dopo aver cantato in Galles. Incise con Mick Jagger, poi scelse Caterina Caselli e Little Tony

Antonio Lodetti

Negli anni Sessanta era in tournée undici mesi all’anno; ora teneva accesa la fiamma del mito con concerti revival in tutto il mondo. Così non stupisce che sia morto, a 65 anni, in una stanza d’albergo di Cardiff dopo l’ennesimo show celebrativo di quel pop mischiato al rock and roll che l’ha reso celebre. Gene Pitney, l’ingegnere mancato che seduceva le ragazzine con la voce da tenorino e le ballate languide, che ha conquistato il pubblico italiano cantando con Little Tony e Caterina Caselli, che ha piazzato 40 brani nelle classifiche, se n’è andato portandosi via la nostalgia di un’epoca ruggente e un po’ ingenua.
Pitney, il cantante per tutte le stagioni che suonava coi Rolling Stones e sul palco del Festival di Sanremo senza perdere l’identità di morbido, e a tratti melenso, balladeur. Era il simbolo di una musica giovane che sceglieva la strada della ballata pop moderna in alternativa al fragore del rock («non ho mai conosciuto Elvis né mi ha influenzato - diceva - ai tempi di Jailhouse rock ero ancora un bambinetto e quando entrai nel mondo della canzone lui era già fuori gioco»). Aveva lasciato l’università del Connecticut, dove studiava ingegneria elettronica, con la malsana idea di fare il chitarrista. Forma il duo Jamie and Jane con la dimenticata Ginny Mazarro e inizia una strana carriera, in cui scrive canzoni portate al successo da artisti come Roy Orbison, Rick Nelson, Bobby Vee, persino Celentano, e spopola nelle classifiche con pezzi scritti da grandi firme come Bacharach (che con il tema del film The man who shot Liberty Valance gli fa vendere il primo milione di dischi replicando poi con classici come 24 hours from Tulsa e Only love can break a heart) e Randy Newman.
Nel suo repertorio ce n’è per tutti i gusti (nell’89 c’è un clamoroso ritorno in vetta alle classifiche con Something’s gotten hold of my heart, pezzo elettronico lontano anni luce dal suo stile in combutta con Marc Almond). I rocker sfegatati ricordano il taglio vibrante di Hello Mary Lou (portata al successo da Rick Nelson e in seguito dai Creedence), gli amanti delle ballate si illuminano con brani colloquiali come il suo primo hit Town without Pity scritto da Tiomkin (tema conduttore del film La città spietata con Kirk Douglas) o Every breathe I take firmata dalla premiata ditta Gerry Goffin-Carole King. Chi ama la canzone italiana lo ricorda protagonista di vari Festival di Sanremo, che diventa terra di conquista per il ragazzino dagli occhioni azzurri trapiantato dal Connecticut e dalla Swinging London al Casinò di Sanremo. Fa impazzire le signore cantando Quando vedrai la mia ragazza in coppia con Little Tony, Nessuno mi può giudicare con Caterina Caselli, E se domani (poi cavallo di battaglia di Mina) insieme a Fausto Cigliano; torna altre due volte (nel ’65 e nel ’67) con Nicola Di Bari interpretando Amici miei (piazzatasi al terzo posto) e Guardati alle spalle. Memorabili quegli anni in cui, mentre con il suo viso imberbe da bravo ragazzo vola alto nella nostra hit parade con Quando vedrai la mia ragazza, ha da poco finito di lavorare con i Rolling Stones. Il manager Andrew Loog Oldham e il celebrato produttore Phil Spector provano a mettere insieme il diavolo e l’acquasanta. Pitney suona il piano in pezzi dei Rolling Stones come Little by little, partecipa alle registrazioni dell’album 5X12, e Mick Jagger e Keith Richards scrivono per lui That girl belongs to yesterday. La storia racconta che Oldham puntasse sulla fama di Pitney per aprire le porte dell’America agli Stones. «Ero troppo impegnato a cercare il successo per conto mio - ricordava Pitney - ma sapevo che i Rolling Stones avrebbero sfondato ugualmente. Erano bravissimi e avevano quei capelli lunghi che scioccavano tutti». La leggenda vuole che Gene abbia tentato di formare una band con Brian Jones, in cerca di una nuova via lontano dagli Stones. Ma il rock tosto non è fatto per lui, che vive in perfetto equilibrio tra pop, spruzzate country, swing e melodia, ultimo testimone di un’epoca in cui si vendono milioni di dischi cantando, in Un soldino per il jukebox (versione italiana di If I didn’t have a dime) «io non ho e tu lo sai un soldino per suonare il mio jekebox... Se tu un soldino presti a me per il jukebox / stringerti potrò / ballando a tu per tu».