Addio a Gillo Pontecorvo il regista della denuncia

Realizzò solo cinque opere. Il suo capolavoro fu «La battaglia di Algeri». Diresse Marlon Brando in «Queimada»

Michele Anselmi

L’autobiografia, scritta insieme a Irene Bignardi, l’aveva voluta intitolare «Memorie estorte a uno smemorato». Un gioco di parole, ma anche un piccolo vezzo: perché Gillo Pontecorvo, il grande regista di soli cinque film morto ieri sera a Roma dopo una snervante malattia, all’età di 87 anni, si piccava di ricordare benissimo episodi lontani della sua esistenza, mentre il recente passato gli si confondeva negli occhi e nella mente. Il caso ha voluto che Pontecorvo se ne andasse proprio alla vigilia della Festa di Roma, che parte stamattina all’Auditorium, poche centinaia di metri dalla sua bella casa ai Parioli: piena di oggetti, fotografie, ricordi, dischi, quadri. Soprattutto piante, perché lui aveva il pollice verde: coltivare la sua terrazza-giungla era un modo per sottrarsi a certe delusioni professionali, o forse un antidoto alla frenesia che, anche in vecchiaia, lo torturava.
Pontecorvo era, per usare un celebre motto di spirito, un «indeciso a tutto»: non a caso tra il 1957 e il ’79 ha girato solo un quintetto di film, macerandosi su infiniti progetti mai andati in porto. Di questi cinque, almeno due sono destinati a restare nel cuore del grande pubblico: La battaglia di Algeri (1966) e Queimada (1969). Capolavori di cinema politico, a suo modo militante, in linea con l’impegno nel Partito comunista, sempre rivendicato; ma anche due grandi esercizi di stile, perché Pontecorvo sapeva disciplinare l’ideologia all’invenzione creativa, al gusto per la soluzione estetica innovativa, al piacere di sperimentare, intrecciando la passione per la musica classica al suo occhio fotografico.
Scorrendo il libro di memorie, edito da Feltrinelli nel 1999, ci si imbatte in un pacchetto centrale di fotografie che basta, da solo, a raccontare il senso di una vita. Eccolo partigiano, con il mitra Sten tra le braccia e la capigliatura folta, mentre sfila per Torino alla testa della brigata Eugenio Curiel; o mentre arringa la folla in uno dei primi comizi del dopoguerra; accanto a un giovanissimo Berlinguer e a Parigi con Picasso; e ancora, con Yves Monand e Alida Valli sul set di La grande strada azzurra, opera d’esordio del ’57; con Sartre sul set di Kapò, suo secondo film, o guidato da un partigiano dell’Fln in Algeria per La battaglia di Algeri.
Quinto di otto fratelli, Pontecorvo nacque nel 1919 a Pisa, in una grande casa. Ebreo - ma spesso confessava di non ricordarsi di esserlo -, si trasferì ventenne a Parigi per sfuggire alle leggi razziali, e lì fece le prime esperienze amorose e politiche, destinate a lasciare un segno nella sua vita avventurosa.
Fu l’incontro con Rossellini, sul set di Paisà, a portarlo verso il cinema: con la sua piccola cinepresa Paillard si ritrovò a girare documentari, spesso premiati, e il passaggio alla professione attiva di regista, grazie all’incontro con Solinas, anima incorrotta e spigolosa, fu naturale, sia pure tormentata. Perché, nel fare cinema, Pontecorvo era un delizioso «cacadubbi»: nello scrivere il copione, nel mettere a punto il cast, nel girare, soprattutto nel montare. Detestava le lungaggini, le bellurie estetiche, i ghirigori: andava dritto all’essenza del racconto, e però che dominio della luce, che padronanza degli sfondi. Il suo film migliore resta La battaglia di Algeri, del 1966: Leone d’oro a Venezia e destinatario di due nomination all’Oscar. Nel raccontare con piglio documentaristico lo scontro tra i parà francesi del colonnello Mathieu e i ribelli del Fronte di liberazione asserragliati nella Casbah, inventò quasi un genere, un modello di cinema-verità insuperato nel tempo.
Pontecorvo detestava la retorica e un certo buonismo, era facile all’ira (ne sa qualcosa Marlon Brando) e molto sensibile alla bellezza femminile. Lascia la moglie Picci e tre figli. Diresse anche la Mostra di Venezia.