Addio a Giorgio Rumi storico di parte guelfa

Nel 1958, l’azionista Franco Venturi, dopo aver preso la guida di una delle più importanti riviste storiche italiane, prometteva solennemente di «mettere alla porta» tutti gli studiosi di formazione cattolica, da lui sbrigativamente definiti come «preti». Era un giudizio estemporaneo, animato da quel deragliamento del laicismo in anticlericalismo, che non teneva minimamente conto dello sviluppo della storiografia cattolica nel secondo dopoguerra, quando a partire dagli anni ’50, gli storici cattolici si erano organizzati intorno ad importanti istituzioni, antiche e più recenti, ma egualmente aperte al confronto con la cultura secolare: l’Università Cattolica, l’associazione Il Mulino, il Centro di documentazione Dossetti. In quello stesso periodo, un grande imprenditore culturale, come il «prete» Giuseppe De Luca, intratteneva, per nulla impacciato dal suo abito talare, un fecondo commercio intellettuale con analisti del passato, provenienti dal mondo laico come Chabod, Cantimori, più tardi Renzo De Felice.
In questo modo gli studiosi cattolici si riallacciavano ad una grande tradizione, che andava dalla corrente cattolico-liberale della metà dell’Ottocento a Giuseppe Toniolo, che al principio del secolo XIX elaborò quel metodo della «storia sociale», che avrebbe avuto un suo influsso considerevole su Gioacchino Volpe e Gaetano Salvemini, a Carlo Cipolla, che recepì l’impulso dell’«eresia» cattolica del Modernismo, su cui si trovarono a riflettere anche Croce e Gentile, alla corrente antidealistica di Gaetano De Sanctis, ai maestri del secondo dopoguerra come Raffaello Morghen e Gabriele De Rosa.
Il nesso tra storia e politica fu molto forte tra gli storici cattolici italiani. All’avvento del fascismo, se alcuni di loro (Vittorio Cian, Pietro Fedele, Ernesto Pontieri) aderirono con decisione al regime, formando quella corrente “cattolico-nazionale”, che puntava sulla valorizzazione della Controriforma come momento costitutivo dell’“italianità” nei confronti dei paesi europei di area protestante e calvinista e poi di regime democratico-liberale, altri negarono il loro assenso al sistema di potere di Mussolini. Gaetano De Sanctis fu fra i dodici universitari che nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà al regime.
A questo mondo complesso apparteneva Giorgio Rumi, nato nei pressi di Como nel marzo del 1938, laureatosi in Scienze politiche presso l’Università Cattolica di Milano, libero docente dal 1971, già professore incaricato di Teoria e Storia della storiografia e di Storia contemporanea della Facoltà di Scienza Politiche delle Università di Milano e di Bari, poi, dal 1977, ordinario di Storia contemporanea all’Università statale di Milano. Già membro del Cnr (per il Comitato di Scienze filosofiche e filologiche), del Consiglio d'amministrazione dell’Università statale di Milano, dell’Istituto Regionale delle Ricerche della Lombardia, dell’Istituto per la Scienza della Pubblica Amministrazione, del Teatro alla Scala, Rumi faceva parte dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere e dell’Accademia di San Carlo Borromeo presso la Biblioteca Ambrosiana. Attivo collaboratore del Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Avvenire, editorialista de L’Osservatore Romano, condirettore della rivista Liberal, lo studioso milanese era entrato a far parte del Cda della Rai, cessando da quell’incarico nel maggio dello scorso anno.
Fin qui la sua attività pubblica a cui faceva riscontro un’intensissima opera di ricerca, sicuramente destinata a durare nel tempo. Il cattolicesimo di Rumi non comportava infatti nessun pregiudizio di carattere confessionale nell’analisi storica, ma invece aveva come obiettivo la ricerca dell’identità cattolica all’interno delle nostre radici nazionali. Nessun desiderio, quindi, di enfatizzare la pure effettiva separatezza di clero e popolo dei credenti nelle fasi cruciali della storia italiana, ma quello di identificare e valorizzare, piuttosto, i momenti di unione e di solidarietà nella costruzione della patria italiana, comuni a laici e cattolici. Di qui i numerosi volumi dedicati da Rumi alla tradizione cattolica risorgimentale (da Confaloniei a Gioberti, a Casati), a quella «Lombardia guelfa» che partecipò allo sforzo unitario accanto agli esponenti dell’Italia «ghibellina». Di qui l’elogio degli uomini della Destra storica, che Rumi definiva «spiriti religiosi, non clericali, e non arruffati retori di poche e sconclusionate letture». Uomini, continuava Rumi, «che presero Roma e liberarono il Papa dalle angustie di un potere temporale, insopportabile nel mondo moderno», ma che compirono quest’opera, consapevoli della divisione delle coscienze che avrebbe arrecato, con «intima trepidazione, eppure con risolutezza operativa». Cavour, a proposito di tutto questo, aveva detto: «Libera Chiesa in libero Stato». Rumi preferiva parafrasare questa sentenza, parlando di «Libera Chiesa e Libero Stato». Ma la sostanza del messaggio, al di là di questa sfumatura lessicale, non cambiava e restava semplicemente e integralmente liberale.
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