Addio Giro della Belle Epo(que). Ecco il ciclismo denuclearizzato

Bergamo - Adesso però sarà bene metterci tutti d'accordo: non cominciamo a dire che è un Giro di nani. Che sono tutti lì. Che si equivalgono. Che nessuno firma l'impresa. Mettiamoci d'accordo perché altrimenti non ci si capisce più. Se vogliamo un ciclismo denuclearizzato, questo è il ciclismo denuclearizzato. Certo, ci fosse in gruppo un Riis edizione 1996, granatiere di uno e novanta capace di volare in salita con la leggerezza di un Bambi, forse a quest'ora saremmo qui a celebrare lo spietato superuomo che si trastulla già con il suo Giro in tasca. Ma ormai lo sanno anche i sassi: quelli erano gli anni formidabili della «Belle Epo(que)». Alte prestazioni e alti tassi ematici. Tutto extralarge.
Adesso dobbiamo farcene una ragione: a forza di invocare qualcosa di normale, anche i gusti vanno ricalibrati su qualcosa di normale. Sulle giornate indimenticabili dei Bruseghin, dei Noè, dei Pinotti, gli eccezionali normo-tipi del gruppo. Ma anche sulle cocciutissime bordate di quell'irriducibile Vito Antuofermo in bicicletta che risponde al nome di Simoni. A 36 anni, è sempre il primo a provarci e l'ultimo ad arrendersi. Non ha mai il pugno del ko, ma ci mette la faccia e picchia come un fabbro. Mentre gli altri teorizzano scenari futuri e tracciano strategie a tavolino, lui stringe i guanti e al suono del gong avanza subito come un toro.
Rieccolo lì, puntualissimo con se stesso, persino nella tappa di Bergamo, ritenuta frazione ponte tra la cronoscalata di Oropa e il macello odierno sulle tre Cime di Lavaredo. Tappa ideale per out-sider, o per out di classifica. Difatti, i Bettini e i Savoldelli si fanno trovare prontissimi, scollinando dal San Marco, per buttarsi negli ultimi ottanta chilometri alla ricerca di una vittoria nel cuore di Bergamo.
Messa così, per la maglia rosa Di Luca sarebbe una giornata di totale relax. Ma messa così non piace affatto a Simoni. Il trentino fiuta l'imboscata e si butta coraggiosamente alla ruota di Savoldelli, che in discesa è come aggrapparsi a un TGV. È capolavoro: improvvisamente, la tappa-tregua si trasforma in una santabarbara. A placarne un poco gli effetti pirotecnici è un nome soltanto, uno dei più attesi: Damiano Cunego. Peccando di omissione, o comunque di distrazione, il Piccolo Principe fallisce l'aggancio con i fuggitivi, finendo per affiancare Di Luca nell'inseguimento. Anche il suo, un capolavoro: con una sola amnesia riesce a centrare tre autogol. Manca un attacco letale, consuma la squadra nel lungo inseguimento fino a Bergamo, salva la maglia rosa a Di Luca. Il quale, da parte sua, appare invece un genio della strategia militare, bravo com'è a sfruttare le alleanze a guerra in corso: verso Briançon si allea con Simoni per far fuori Cunego, verso Bergamo si allea a Cunego per inseguire Simoni. C'è poco da spiegare: i Giri si vincono anche così. Con il cervello.
Quanto a Simoni, il suo inesauribile lavoro ai fianchi gli frutta una cinquantina di secondi in classifica («Spero però paghi sulle Tre Cime», il simpatico augurio del leader Di Luca). Sul risultato di tappa, meglio invece stendere un velo pietoso: a cento metri dal traguardo, come un secondo prima del gong, Gibo si prende in faccia un tram. È Stefano Garzelli, che come nella tappa bergamasca di tre anni fa gli soffia la vittoria con una stupenda volata. Dev'essere che al popolare Garzo fa bene l'aria balsamica delle Prealpi Orobiche. Simoni, più torvo di un Antuofermo dopo la cura Hope, ha però una seconda teoria: a Garzelli fa bene un'altra aria, quella che gli levano le moto durante l'ultimo inseguimento, giù dalle Mura di Bergamo Alta. Raccontare l'immediato dopocorsa del trentino, mentre affronta i motociclisti, diventerebbe pericoloso per donne in stato interessante e bambini. Sul giornale, sarebbe soltanto una spaventosa sequela di bip.