Addio a Jack Palance, cattivo per forza

È scomparso a 87 anni il poliedrico attore condannato dal volto spigoloso ai ruoli di duro. Girò «Il grande coltello» e «Il disprezzo»

Maurizio Cabona

Di Jack Palance, scomparso l’altroieri a 87 anni, restano immagini che sono da tempo nella storia del cinema: mentre s’arrampica, malato e disperato, sulla gomena d’attracco d’una nave, nel finale di Bandiera gialla di Elia Kazan (1950); mentre mette meticolosamente guanti neri, prima di uccidere, nel Cavaliere della valle solitaria di George Stevens (1954); mentre vaga per la casa di attore, agli sgoccioli della carriera e della bottiglia, nel Grande coltello di Robert Aldrich; mentre stringe nervosamente il moschetto, voglioso di sparare sul vile comandante più che sul leale nemico, in Prima linea, ancora di Aldrich (1956).
Due ruoli da antagonista e due ruoli da protagonista per la prima parte della lunga carriera, oltre mezzo secolo, di Palance, attore d'origine baltica che si ritrovò - come Anthony Quinn, suo omologo di precedente successo - a impersonare i personaggi più vari: da Attila (Il re dei barbari di Douglas Sirk, 1954) a Fidel Castro (Che! di Richard Fleischer, 1969), ora re asiatico (I mongoli di André De Toth, 1960), ora generale russo (Napoleone ad Austerlitz di Abel Gance, 1960), ora bandito statunitense (Tutto finì alle sei di Stuart Heisler, 1955) a bandito messicano (I professionisti di Richard Brooks, 1966), rapitore di Claudia Cardinale. Per lo più ingaggiato come cattivo, causa i tratti spigolosi del volto, se Palance faceva il buono, il suo doveva essere comunque un buono non troppo buono e segnato dal destino.
Come molti attori scelti inizialmente dal cinema per l’aspetto, più che per il talento, ma che erano persone serie, decise a imparare, Palance ha avuto una lunga carriera, nella quale ha accettato giustamente un po’ di tutto. Gli accadde per esempio - in uno dei più bei film di Jean-Luc Godard, Il disprezzo (1963), girato fra la Roma di Cinecittà e la Capri di villa Malaparte - d’interpretare il produttore hollywoodiano che, con la forza del denaro, seduce la moglie (Brigitte Bardot) dello sceneggiatore (Michel Piccoli), che può opporre solo la forza dell'intelligenza. Si capovolgevano per Palance i ruoli rispetto al Grande coltello...
Le seconda parte della carriera di Palance fu essenzialmente italiana. Pochi lo ricordano, ma nella miriade di attori - da Gassman e Sordi a Franco e Ciccio - del Giudizio universale di Vittorio De Sica (1960) c’era anche lui. Ma la carriera di Palance non si interruppe mai a Hollywood: lo vediamo in uno dei più belli e più dimenticati film con Alain Delon (e Tony Musante), nel suo breve periodo americano: L’ultimo omicidio di Ralph Nelson (1965). Comunque Palance trova la nuova giovinezza come cattivo del western e del poliziesco italiani. Appartengono al primo filone grandi successi come Il mercenario di Sergio Corbucci (1968), dove Palance è di nuovo accanto a Musante, in una storia terzomondista frutto della penna di Franco Solinas e Adriano Bolzoni; e Vamos a matar compañeros, ancora di Sergio Corbucci (1970), rimasto celebre anche per la trascinante colonna sonora di Ennio Morricone. Appartengono al secondo, fra gli altri, I padroni della città di Fernando Di Leo (1976), Sangue di sbirro di Al Bradley, alias Alfonso Brescia (1976) e Squadra antiscippo di Bruno Corbucci (1976), dove Palance è il cattivo diplomatico statunitense incastrato dal buon poliziotto italiano, il maresciallo Giraldi, che Tomas Milian porterà sullo schermo anche in altri dieci film.
L’ultimo Palance, quello noto a chi ha meno di quarant’anni, è invece ricollocato in uno sfondo western, però moderno: raddolcito dall’età nel sopravvalutato Bagdad Café del tedesco Percy Adlon (1987) e in Scappo dalla città di Ron Underwood (1991). Questa commedia non eccelsa gli valse finalmente l’Oscar (come comprimario) che era un Oscar alla carriera camuffato, per aver accettato il ruolo di sopravvissuto a un’epopea.