Addio a Marianini il "professore" re dei quiz in tv

È morto a 90 anni il concorrente simbolo lanciato da <em>Lascia o raddoppia?</em> di Mike.
I suoi completi eccentrici e la parlata forbita l’hanno reso un personaggio unico

Cinque righe a pagina 16 de La Stampa: È mancato il prof. Gian Luigi Marianini Patrizio Modenese Gran Maestro dell’Ordine Templare Lo annunciano la moglie Ornella Forlani. Funerali martedì 27 corr. Ore 15 chiesa parrocchiale S.Donato-Vicoforte.

Finiscono così la vita e l’esistenza bizzarre di un personaggio che ha fatto la storia della televisione italiana, alla voce quiz. Erano i favolosi anni Cinquanta e Mike Bongiorno radunava folle oceaniche, il giovedì sera, davanti ai televisori con Lascia o Raddoppia? Si partiva da duemila e cinquecento lire si poteva arrivare a cinquemilioni e centoventimila, in caso di risposta sbagliata, alla domanda finale, il premio di consolazione consisteva in una Fiat 600. Gian Luigi Marianini si presentò come esperto di moda e di costume, forte delle sue tre lauree in filosofia, diritto canonico e giurisprudenza che trovavano conferma nel suo dire e nel suo fare. Pensando alle trasmissioni televisive di oggi si può dire che Marianini sia arrivato con mezzo secolo di vantaggio, personaggio e interprete di se stesso, improbabile e aulico nell’uso della lingua italiana, estroso e originale nell’esibizione dell’abbigliamento, giacche clamorose, frak, mantelli di seta e raso, scarpe profumate.

Già allora l’Italia sapeva spaccarsi in due: Paese sera aveva etichettato il professore torinese (nato a Lanzo nel 1918) come «il piazzista ideale della retorica salottiera», mentre Il Giorno lo aveva coccolato con «lo sfottente barboncino». Per descrivere ai contemporanei la cilindrata del tipo, ecco come lo stesso presentò le proprie credenziali al telequiz: «Sono venuto a Lascia o Raddoppia? non per conquistare facilmente dei sesterzi, per non dire la parola moneta, che sarebbe assai disdicevole, ma per partecipare al convivio di begli spiriti qui riuniti. Intanto mi dedico ai placidi ozi e a scrivere romanzi un po’ perversi. Amo anche banchettare con moderato gaudio che mi fa lieto affanno». A metà degli anni Cinquanta, nell’Italia del non è mai troppo tardi e dell’amico degli animali, questo dire aulico, accompagnato da un’affabulazione furbastra, in tono appena contralto, provocò stupore, attenzione, curiosità e infine fascino. Gian Luigi Marianini era, al tempo, sposato con Pina Sacchetti, detta Pallina o Palla. Una santa, stando alle memorie dei testimoni, una santa che doveva gestire il demonologo, amico dei satanisti, ancorché cattolico vero. Il professore si concedeva una vita di lusso e di lussuria, dormiva fino alle due e mezzo del pomeriggio e la santa di cui sopra, impiegata in una azienda immobiliare, prendeva il telefono, formava il numero di casa (per gli storici e collezionisti 84 339) e sentiva, puntualmente, ogni giorno, la stessa risposta ovattata: «Con chi ho l’onore?», al che Palla replicava: «Gian Luigi, è l’ora». L’ora di levarsi, di lavarsi, di evitare la cameriera sessantenne che circolava per la dimora: «La vegliarda guasta irrimediabilmente il delicato appetito».

Banchettava, sfogliava qualche libro, usciva per i portici torinesi, aspettava il rientro della Pina, indossava lo smoking e puntava verso il tabarin, pieno di tabacco, musica e di femmine interessanti e interessate. Un viveur. «Il mondo d’oggi ch’è volgare, grossolano, rumoroso spinge a fuggire», la fuga trovava soluzione nei locali notturni torinesi, tra Vipera, Come pioveva e Scettico blu, roba di altri tempi. Arrivò anche a fondare un movimento politico, il Partito della scopa; il giorno del comizio in piazza San Carlo, salotto buono di Torino, fece collocare una fila di sedie sotto il palco: «Per le gentildonne e per qualche gentiluomo. Non voglio che mi eleggiate, non potrei svegliarmi così presto per andare a Montecitorio di cui evito i tumulti, chiedo qualche voto per non perdere la faccia». A Lascia o Raddoppia? continuò a raddoppiare fino all’ultimo quiz, portò a casa i milioni: «Tutti spesi, nelle tasche dei miei abiti c’è scritto “no parking”!», partecipò ad altri spettacoli televisivi e radiofonici, non tutti con la stessa fortuna, ma il personaggio era ormai confezionato, diventò poeta, scrivendo L’odore della pioggia, nessun verso, nessuna metrica: «Immaginare l’odore, questo vuol dire essere un esteta». Finito in archivio venne rispolverato da Piero Chiambretti in Prove tecniche di trasmissione e ne Il Laureato, come simbolo della televisione che era e che non poteva più essere. Il tempo veloce lo rimise da parte, in silenzio. Cinque righe a pagina 16 ci hanno ricordato una fetta di vita quasi dimenticata. Lascia, non raddoppia.