Addio Oerter, il gigante del disco d’oro

La leggenda Usa vinse 4 Olimpiadi dal ’56 al ’68. Come lui Lewis e Elvstroem

I miti non muoiono mai. Al Oerter si è preso solo una vacanza. Al «Alfred» Adolf Oerter era un gigante, «un gigante gentile», ha detto Cathy, che poi era la moglie, pensando alla storia di vita. Una leggenda, dunque molto più di un gigante, potrebbe dire chi abbia messo naso nella storia dello sport e dell’atletica. Oerter lanciava il disco come pochi, se per quattro volte di fila ha vinto l’oro alle Olimpiadi, ottenendo quattro record dei Giochi, ha detenuto quattro primati del mondo e, a 43 anni, è riuscito a migliorare il suo personale (lanciò m. 69,46) durante i Trials americani che l’avrebbero ammesso ai giochi del 1980 a Mosca, se gli americani ci fossero andati.
Ma la vecchiaia tradisce tutti, il cuore anche di più e Al Alfred Adolf nulla ha potuto quando il suo cuore d’atleta ha cominciato a battere in testa. Nel marzo 2003 venne definito clinicamente morto per qualche attimo, ma un cambio di sangue ristabilì la pressione per trascinarlo fuori dalla tomba. Sarebbe stato necessario un trapianto. Al si oppose. Disse: «Ho avuto una bella vita, è giusto che me ne vada con il cuore che mi ha dato Dio». E ieri, 1° ottobre 2007, all’età di 71 anni, se n’è andato davvero: a Fort Meyers, in Florida, lontano da Astoria, nel Queens, dov’era nato il 19 settembre 1936. Grande (m. 1,93) e grosso (kg. 127), Oerter si diede al lancio del disco quando gliene cadde uno tra i piedi, mentre lui pensava di diventare uno sprinter. Aveva 15 anni, ma cinque anni più tardi, ancora studente dell’Università del Kansas, era già sul podio della prima vittoria olimpica (Melbourne 1956). E, come sarebbe capitato nelle altre, partì da outsider. A Roma il successo fu anche più facile davanti a Rink Babka, un’altra montagna americana. Quel giorno Oerter si prese l’oro e Adolfo Consolini decise la sua pensione agonistica.
A Tokio ’64 il campione rischiò grosso: arrivò in Giappone piuttosto malconcio per un dolore cervicale che gli faceva veder le stelle. Tra un lancio e l’altro era un continuo ricorrere al ghiaccio sulla parte dolorante: vinse con 61 metri, lasciando con un palmo di naso Ludvik Danek, il ceco che aveva vinto 45 gare di fila. Infine l’ultima bordata, quella che nell’albo degli immortali lo allinea a Carl Lewis e al velista danese Paul Elvstroem, la sparò ai Giochi di Città del Messico nel 1968 battendo Danek e il recordman mondiale Jay Silvester. Statuario ed elegante, Al si ritirò nel 1968 appunto.
Giorgio Oberwerger, tecnico italiano e discobolo di valore, lo raccontava così: «Al era una sequoia, una forza della natura composta e contenuta. Come vedere ballare una sequoia sulle punte». Oerter tornò a ballare sulle pedane nel 1980 e nel 1984 prima di chiudere. Poi divenne un pittore dell’astrattismo. Stanco di esser così concreto.