Addio a Pazzaglia, principe d’ironia e teorico del «brodo primordiale»

Scomparso a ottant’anni il regista e comico napoletano lanciato da Arbore in «Quelli della notte». In gioventù aveva firmato alcune canzoni di Modugno

Massimo Bertarelli

Il necrologio più bello gliel’ha fatto Renzo Arbore: «A volte era difficile capire quando scherzava e quando invece parlava sul serio». In un mondo televisivo zeppo di tromboni, Riccardo Pazzaglia, scomparso ieri a Roma all’età di ottant’anni, spiccava per una dote sempre più rara: l’ironia. Nativo di Napoli, era un personaggio che più poliedrico non si può: scrittore, regista, autore, conduttore radiofonico e da ultimo filosofo, beninteso tra virgolette, un titolo, puramente accademico, assegnatogli a furor del popolo di Raidue durante l’indimenticabile Quelli della notte.
Peccato che i giovani di oggi, sballottati fra deprimenti programmi dove si strepita, si piange o ci si parla addosso, possibilmente senza ritegno, non sappiano che cosa sia l’umorismo in guanti bianchi. Pazzaglia se ne stava lì, seduto sul divano della trasmissione inventata da Arbore nel lontano 1985 e sbeffeggiava intellettuali, potenti e cialtroni di ogni parrocchia, dissertando sull’irresistibile teoria del «brodo primordiale» o cercando risposte impossibili ai quesiti esistenziali che da sempre angustiano l’uomo, tipo «Siamo soli nell’universo?». A dir poco formidabile quella squadra, con il raccoglitore di «nanetti» Nino Frassica, l’improbabile tonaca di Frate Antonino da Scasazza; la zitella cronica Marisa Laurito; il rivenditore comunista di pedalò Maurizio Ferrini («non capisco ma mi adeguo»); il falso arabo Andy Luotto e il dispensatore di ovvietà allo stato puro Massimo Catalano («meglio una moglie bella e ricca di una brutta e povera»). Pazzaglia, quasi ogni sera quando la conversazione scendeva troppo di qualità, ne certificava lo scadimento abbassando la mano al livello del pavimento e scuotendo desolatamente la testa.
Bene, quella squadra aveva inventato la tv della seconda serata, come si chiama oggi, fino ad allora inesistente o quasi, dato che le signorine buonasera, Orsomando, Vaudetti, Borroni e Cannuli attorno alle undici solevano dare la buonanotte agli italiani, non ancora avvezzi a fare tardissimo davanti al teleschermo. Una sera Pazzaglia si presentò con la giacca senza un bottone e Arbore non perse l’ccasione per chiedergliene conto. «Semplice - rispose pronto Pazzaglia - sono separato in casa». Una battuta da cui nacque poco dopo un programma con lo stesso titolo, Separato in casa, per la verità di tiepido successo.
Ma Pazzaglia era troppo signore per farne un dramma. D’altronde lui il successo l’aveva già trovato negli anni giovanili, quando in coppia con un musicista pugliese di poco più anziano, Domenico Modugno, aveva scritto i testi di Lazzarella, O’ cafè, Io mammeta e tu, Nisciuno può sapè. Spiritosissime e, manco a dirlo, dimenticate.