Addio a Pipolo, per 50 anni fu principe della commedia

Vent’anni fa interpretava «Sette chili in sette giorni». Ora torna in coppia con Cochi Ponzoni: «Speriamo di partecipare alla Festa di Roma»

Maurizio Cabona

Con la morte ieri, a settantatré anni, di Giuseppe Moccia, in arte Pipolo, un’altra pagina del grande cinema italiano è chiusa. Nativo di Viterbo, Pipolo se n’è andato d’estate, come aveva fatto nel 1999 il suo sodale Franco Castellano, col quale aveva diretto - oltre che scritto - due dozzine di film. In quanto autori di parole e immagini, erano teoricamente perfetti per il cinema da festival, ma nulla li tentò meno che l’«impegno».
Il primo film scritto dalla coppia è stato il brioso Marinai, donne e guai di Giorgio Simonelli (1958), con Ugo Tognazzi; il primo film scritto e diretto dalla coppia è stato I marziani hanno dodici mani (1963), con Paolo Panelli, Franco Franchi & Ciccio Ingrassia, Carlo Croccolo e Lando Buzzanca, musicato dall'ancora quasi ignoto Ennio Morricone. Ahimè, sempre loro travasarono in tv Franchi & Ingrassia, ma nessuno è perfetto.
Oltre a badare agli incassi, Castellano & Pipolo hanno fatto cinema di genere di buon livello, imponendo come star un cantante che aveva stentato nei «musicarelli»: Adriano Celentano. Con lui firmano una sfilza di successi: Zio Adolfo, in arte Führer (1978); Mani di velluto (1979); l’episodio Venerdì di Sabato, domenica e venerdì (1979); Il bisbetico domato (1980); Asso (1981); Innamorato pazzo (1981); Segni particolari: bellissimo (1983) e Il burbero (1986).
In alternativa a Celentano, è stato Renato Pozzetto l'attrazione di Castellano & Pipolo: in Mia moglie è una strega (1980) e ne Il ragazzo di campagna (1984); i due attori milanesi si trovarono insieme in Grand Hotel Excelsior (1982), il maggior passo falso estetico per Castellano & Pipolo con il coevo Attila, flagello di Dio, tonfo per Diego Abatantuono.
Sono film che passano ancora sulle tv, magari d’estate, magari nelle ore di minor ascolto, opere sorprendentemente longeve perché girate a colori, improntati allo stile del tardo avanspettacolo o del primo - il meno atroce - cabaret tv: Alba Parietti debuttò nel cinema proprio nel loro Abbronzatissimi (1991).
Pipolo, come Castellano, non ha lasciato una traccia indelebile come regista. Ma l’hanno lasciata come sceneggiatori. Sono decine e decine i film che ha solo scritto con Castellano nei decenni Sessanta e Settanta. Anche se, magari, il pubblico non se ne accorge, nell’ideazione di storie e personaggi Castellano & Pipolo sono all'origine di una delle più note scene nella storia del cinema italiano, che è anche una delle più semplici.
Nel Federale di Luciano Salce (1961, dvd Medusa), il fascista Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi), in motocicletta su una strada dissestata nella primavera 1944, anticipa all’antifascista Georges Wilson, suo prigioniero, le asperità del terreno. Scandisce marziale: «Buca... Buca... Buca». Infine: «Buca con acqua!» E uno schizzo fangoso lo copre. Poi, ripresosi e impettito, pronuncia rime baciate che idolatrano Mussolini: «Chi / sfidando la mitraglia / nell’ardor della battaglia / alla gloria ci conduce? / Il Duce!». Banali se messe per iscritto, efficaci se messe su pellicola, queste trovate contribuirono a fare del Federale il film italiano di maggiore incasso in quella stagione. E a dare a Tognazzi il calibro già raggiunto da Sordi.