Addio Salvadore, trincea della Juve

Prestito da 580mila euro. Per 6 mesi il giocatore prenderà dai giallorossi soltanto 45 mila euro

La vita e la morte sono il principio e la fine di un melodramma: per fortuna, è impossibile immaginare un esatto momento dell’inizio e specialmente dell’epilogo.
Ieri abbiamo avuto una buona notizia: Helmut Haller, colpito da grave infarto nel recente giorno di Santo Stefano, è tornato a casa dall’ospedale di Augsburg in condizioni di salute incoraggianti. E ieri, pressappoco alla stessa ora, abbiamo avuto un’altra notizia, stavolta cattiva: è morto Sandro Salvadore, ch’era nato a Milano il 29 novembre 1939. Due calciatori fuoriclasse della stessa età: 67 anni. L’uno nobile ispiratore delle azioni d’attacco, l’altro durissimo gestore delle pratiche di difesa.
Mentre Helmut giocava col violino, irrobustito da corde tedesche, Sandro andava in campo con due armi sportivamente legittime: la sciabola e il fioretto. Quando c’era da interrompere un’offensiva avversaria dava mano alla sciabola e quando, dopo la propria intercettazione, s’imponeva l’avvio di una contromanovra, eccolo tirare di fioretto con quella sua andatura tra il dinoccolato e l’elegante, quasi fosse quella di un torero di campagna.
La sciabola gli procurò una grana, abbastanza storica, nel dicembre del 1960 allorché, intervenendo su Raoul Conti, del Bari, gli procurò la frattura di un menisco con tutte le conseguenze del caso. Allora lui giocava nel Milan e l’incidente gli costò un guaio giudiziario del tutto insolito, in quei tempi: rinviato a giudizio, fu condannato a pagare una multa di 50mila lire.
Ricordo che gliene parlai, chiedendogli conto del suo comportamento. Sandro era amareggiato e anche disposto a certe scuse, ma non mi sembrava pentito in ordine al principio fondamentale cui s’ispirava il suo modo di essere un difensore. Mi disse infatti che «non c’è mai l’intenzione di far male, ma può capitare di far male in un contrasto più o meno limpido. Può essere che un giorno il peggio capiti a me. È però sicuro che io non sono nato per tirare indietro la gamba».
Aveva, fuori del campo, un’aria di ritrosia che tradiva una sorta di timidezza autentica e peraltro incredibile per chi era abituato a vederlo in battaglia. E se gli scappava un sorriso e anche una risata, il sorriso e la risata parevano sinceri e pur sempre un po’ trattenuti dall’indole guerriera che ne dominava gli istinti palesemente scoperti.
Olimpiade romana del 1960 con Bulgarelli, Rivera e Trapattoni: tutti giovani da quattro soldi... Due scudetti con il Milan di Viani e Rocco (1959 e 1962) e tre con la Juventus (1967, 1972 e 1973) alla quale era stato trasferito in cambio dell’ala destra Bruno Mora. Campione d’Europa nel 1968 con la nazionale dopo la finale-bis contro la Jugoslavia. Sarebbe stato uno dei leoni azzurri al Mondiale messicano del 1970 se, alla vigilia dell’evento, non fosse stato annientato da un doppio autogol commesso contro la Spagna a Madrid (2-2). Valcareggi, il ct, gli tolse la fiducia.
Sono davvero bizzarre certe leggi che ci governano e che noi consideriamo incontrovertibili non appena ne abbiamo preso confidenza. Sono davvero bizzarre e pronte a tradirci proprio mentre non ce l’aspettiamo. Sandro, chiamato «Capitan Billy», fosse stopper o terzino o libero (perché la sua disponibilità d’impiego negli schieramenti difensivi era totale) era venuto calcisticamente al mondo con una precisa missione: impedire a qualunque avversario, e magari con qualunque mezzo, di fare gol nella porta che gli era prescritto di presidiare insieme con i compagni.
Eppure giusto lui, il granatiere vigoroso e tagliente, avrebbe segnato nella sua porta, quella della nazionale di Zoff, i due grotteschi gol della scomunica.
Padre felice e nonno di tanti nipoti, credo che quell’impresa alla rovescia contro la Spagna sia diventata e rimasta uno dei grandi crucci della sua vita. Tanto che lui stesso ebbe più di un’occasione per parlarmene ed era chiaro che dentro quel doppio scivolone gli bruciava. Ma di lui resta la figura del gladiatore meritevole di un posto d’onore nella galleria del com’era il nostro vero football.