Addio al Signor Chicco, papà nascosto degli italiani

Pietro Catelli cominciò come piazzista, ha creato un impero

Guido Mattioni

In fondo, siamo un po’ tutti figli suoi. Perché tutti noi, ex bambini nati dagli anni Cinquanta in avanti, abbiamo sbavato con soddisfazione, pur senza denti, attorno ai suoi biberon antisinghiozzo. Tutti abbiamo tentato di afferrare quei suoi pupazzetti di plastica che giravano e giravano sulle nostre teste al suono di un carillon. Tutti abbiamo frignato - perché frignavamo comunque, ma con tanti decibel in meno - facendoci bucare il sedere dai suoi aghi indolore. E tutti, infine, grazie a lui, abbiamo provato il brivido della nostra prima spyder: si chiamava carrozzino, non aveva motore, ma per noi in cuffietta bianca come Nuvolari, per noi assi dei marciapiede, erano dettagli irrilevanti. E via che si andava, con i riccioli al vento.
Così ieri, quando le agenzie hanno battuto la notizia della scomparsa di Piero Catelli, nome semisconosciuto ai più che si nascondeva con riserbo tutto lariano dietro lo stranoto marchio Chicco, per più di una generazione di ex fiocchi azzurri e rosa è stato come condividere un piccolo, ma sentito, lutto collettivo.
Perché anche senza conoscerci, Catelli sapeva tutto di noi. Perchè da uomo d’azienda fattosi da sé, da genio del marketing quale era (proprio per non averlo mai studiato, ma praticato da giovanissimo piazzista in bicicletta) sapeva benissimo che, come disse una volta, «in ogni parte del mondo, persino in Cina, genitori e nonni sono pronti a togliersi il pane di bocca pur di regalare un gioco ai loro figli e nipotini».
E quel mondo là fuori, tanto diverso e tanto lontano da quell’Italia già fatta «sua», se lo è conquistato pezzo dopo pezzo, il sciur Catelli, scomparso ieri a 85 anni di età. Una conquista che proseguirà da domani grazie al lavoro dei figli Enrico (è lui il Chicco del marchio), Francesca e Michele, a cui passano le redini di un gruppo leader mondiale del settore sanitario e per l’infanzia. Un gigante che dà lavoro a 7mila persone, con un fatturato di 1.260 milioni di euro e che nella sua ultra-cinquantennale esistenza ha dato vita a marchi divenuti ormai familiari, di casa, come Pic (gli aghi dello spot «Già fatto?»), Prénatal (negozi per l’infanzia comprati dai francesi nel ’96), Lycia (igiene intima), Control (sì, proprio i profilattici) e Korff (prodotti per i capelli) solo per citarne alcuni.
Non male per uno nato nel 1920 a Monteolimpino, minuscola e verticalissima frazione di Como che scruta dall’alto l’azzurro del lago e dà le spalle agli svizzeri. Soldi, in casa, ne giravano pochi: quelli dello stipendio da ferroviere - sicuro, ma «leggero» - di papà Enrico e quelli che mamma Filomena portava a casa «facendo i mestieri» o vendendo i crisantemi che crescevano in giardino. Aveva un sogno, mamma Filomena: comprarsi una casa. Sogno irrealizzato, come quello di veder crescere il suo Piero. Morì giovanissima, di broncopolmonite, quando lui aveva solo 7 anni e andava svogliatamente a scuola.
Piero - lo rivelò pochi anni fa - non era stato infatti uno studente dotato. Ma per lui fu qualcosa di cui andare fiero, come l’essere nato povero. Perché se la condizione economica, disse, lo aveva aiutato «a rafforzare la volontà», il fatto di essere un po’ «lento» lo aveva obbligato «a sgobbare più degli altri». Del resto, aggiunse, «io di geni precoci che hanno fatto strada nella vita non ne ho visto neanche uno. Sono destinati a perdersi perché non affinano le doti della tenacia, dell’umiltà. E per andare avanti ci vuole tanta volontà».
E anche solidi polpacci. Come quelli che lui si fece in bicicletta, riuscendo a convincere il suo datore di lavoro, un tedesco che a Como produceva aghi, siringhe e termometri, a passarlo dalla contabilità - «non faceva per me» - alle vendite. Una palestra indispensabile, o meglio «la» palestra. Perché pedalando tra Como, Lecco e Sondrio, oltre ai polpacci fece le conoscenze giuste e imparò a capire il mercato. Poi, dopo la guerra, il primo micro-magazzino in Piazza Matteotti, a Como: 30 metri quadri diventati in un soffio - perché è sempre un soffio che durano le storie di successo, quelle cercate e volute - i 660mila dell’attuale quartier generale di Grandate. Più quel che c’è - e ce n’è - in giro per il mondo. Dove dagli Stati Uniti alla Cina sono in tanti - sono milioni - ad aver imparato a chiamarlo papà. Senza nemmeno conoscerlo. Proprio come noi.