Addio sogni di gloria

Il fuoco è cessato ormai da dieci giorni, ma la risoluzione Onu e la missione Unifil in Libano continuano ad essere avvolte negli echi e nei fumi della battaglia. Quel che doveva essere un urgente dispiegamento delle truppe nel Paese dei cedri, si è trasformato in una imbarazzante pantomima alla quale l’Italia sta dando un poco invidiabile contributo.
Colti da un improvviso furore marziale, Romano Prodi e Massimo D’Alema si sono precipitati a promettere all’Onu, agli Stati Uniti, all’universo mondo, che l’Italia era pronta, che i soldati avevano già oliato i fucili e i blindati scaldato i motori. C’era chi parlava letteralmente di «capolavoro della politica estera» laddove bastava sfogliare un atlante per frenare l’entusiasmo e farsi prudenti.
Il Libano confina a Sud con Israele per 75 chilometri e a Est con la Siria per altri 375 chilometri. Il fronte costiero è di 225 chilometri. Non occorre aver studiato strategia militare a West Point per comprendere quanto sia arduo per 15 mila uomini - che hanno il solo mandato di difendersi - controllare un territorio che è un’intera santabarbara. Ma quando entrano in gioco il provincialismo e la spocchia, la realtà s’offusca. E così abbiamo ascoltato prima un rullìo di tamburi che accompagnava i comandanti dell’Unione verso la missione e poco dopo un suono sgraziato di trombetta. Abbiamo letto di un Fassino in cerca d’autore spiegare al volgo le virtù del comando militare in versione tricolore, ammirato l’acrobazia dialettica di Rutelli il quale affermava che «il disarmo degli hezbollah è un compito delle Nazioni Unite e non dei caschi blu» ed evidentemente nessuno gli ha mai spiegato che i caschi blu sono l’Onu.
Il capolavoro diplomatico di Prodi e D’Alema si è rivelato ben presto un’arruffata tela diplomatica in cui il cinico realismo delle altre nazioni è stato scambiato da Palazzo Chigi per un’apertura di credito. Gli Stati Uniti, quando hanno compreso che l’esercito israeliano aveva sbagliato strategia contro gli sciiti di Hezbollah, hanno girato la clessidra e cercato una risoluzione-tampone. Serviva un cessate il fuoco, una tregua, non la pace duratura né l’impossibile disarmo di Hezbollah. La ragione è chiara: la Casa Bianca è impegnata in una strategia globale di contenimento di al Qaida, considera giustamente il terrorismo di matrice sunnita una minaccia chiara ed imminente e non può impegnare uomini e mezzi su altri fronti.
Il centrosinistra invece ha inneggiato alla resurrezione del «multilateralismo» e festeggiato «la nuova stagione dell’Onu». L’illusione onusiana è sfumata nel giro di pochi giorni al cospetto di un’Europa ipocrita e pavida. La Francia che aveva condotto le danze per una risoluzione filo-araba ha fiutato l’odore della polvere da sparo e ora punta a un impegno minimo, possibilmente a rischio zero. Stesso discorso per Spagna e Germania. Perfino la Turchia - che dovendo guadagnare l’ingresso nell’Unione Europea aveva mille ragioni per partecipare alla missione con le truppe di terra - ora si è fatta prudente. L’Europa crede talmente tanto nell’Onu che dopo giorni di frustranti colloqui bilaterali, è costretta a inventarsi un vertice per dipanare la matassa, mentre Kofi Annan, il segretario generale dell’Onu, sta facendo il giro delle sette chiese mendicando 15 mila soldati. Per dare un senso ai numeri, ricordiamo che in questo momento gli Stati Uniti hanno nel solo Irak oltre centomila uomini.
Di fronte a uno scenario simile, i sussurri dei dubbiosi dell’Unione sono diventati un cigolio sinistro. La casa della maggioranza ha cominciato a mostrar crepe di fronte alla possibilità di una missione in Libano solitaria e al buio. Ecco Castagnetti avvertire che «senza la Francia non si parte» e Rutelli evocare «il vasto impegno internazionale». È un gran fiorir di se, ma e forse. E questo sarebbe il capolavoro diplomatico?
Bastava leggere ieri le frasi pronunciate da Assad per capire in quale ginepraio si stanno inviando i nostri soldati. Il presidente siriano ha detto chiaramente che non vuole truppe ai suoi confini con il Libano perché «si tratterebbe di un atto ostile».
Ma senza i caschi blu chi può impedire il rifornimento di armi agli hezbollah da parte di Damasco? Di certo non l’esercito «regolare» libanese. Per questo il premier israeliano Ehud Olmert vede bene i soldati italiani su quel confine.
Consideratelo pure un capolavoro diplomatico quello di D’Alema e Prodi, ma perfino l’Unità, giornale della Quercia, ieri ha aperto a tutta pagina con il seguente titolo: «Libano, ma i soldati chi li manda?». Per ora solo noi. E se domani a Bruxelles il ministro D’Alema non trova altri compagni di viaggio, sarà dura raccontarla al Parlamento.