Addio a Steve Jobs, il capitalista 2.0 che inventò il futuro

Una mela e quattro parole: stay hungry, stay foolish. Siate affamati, siate folli. È il 12 giugno 2005, Stanford, Steve Jobs vestito di nero, con i capelli radi e bianchi, riceve quella laurea che aveva messo da parte per inseguire un sogno in un garage di Cupertino. Il mondo considera quel discorso il suo testamento morale. Non c’è dubbio che lì ci sia il sale della filosofia di quest’uomo. Ma forse quel siate affamati, siate folli è diventato troppo in fretta uno slogan e fa dimenticare il resto, quello che Jobs è stato. Chiamatelo genio, ed è vero. Parlate del suo coraggio. Raccontatelo come il figlio di una ragazza madre cresciuto da una coppia classica della middle class americana. È un figlio adottivo che ha perdonato la madre, ritrovato una sorella talentuosa quanto lui e scansato un padre che forse aveva paura di incontrare. Ricordate che la Apple, il Mac, la Pixar, l’iPod, l’iPad e tutte quelle meraviglie tecnologiche disegnate con la stessa sostanza dei sogni sono pezzi di vita quotidiana. Ma non dimenticate mai quello che soprattutto Steve Jobs era, incarna e sarà per sempre: un imprenditore.
Questa, in un’epoca in cui il mercato torna a godere di cattiva fama, è l’identità che si cerca di far scivolare via, come un particolare irrilevante. È più facile chiamarlo genio, artista, visionario, filosofo. Eppure Steve Jobs faceva computer. Belli, facili, innovativi. Ma il suo primo dovere era venderli. Come? Non assecondando i clienti, ma convincendoli che non potevano avere nulla di meglio: «Molte volte la gente non sa quel che vuole finché non glielo fai vedere».
«Pensiamo che il Mac venderà alla grande, ma non lo abbiamo costruito per quello. L’abbiamo costruito per noi. Noi siamo stati il gruppo di persone che ha deciso se fosse un buon prodotto o meno. Non abbiamo fatto ricerche di mercato. Volevamo solo costruire il migliore prodotto possibile». Li faceva, quei computer, perché era la sua sfida, il suo segno nel mondo. Non li faceva solo per qualche dollaro in più, ma per il gusto dell’intrapresa, come Francesco Datini, mercante della Firenze medioevale, andava a vendere stoffe nelle Fiandre o Henry Ford scommetteva sull’era delle automobili. È lo stesso fermento, la stessa ansia, quel gusto dell’avventura e di crearsi un destino con il sudore della fronte, immaginando ogni volta una nuova strada, una rotta, un affare. È quel mercante narrato da Sombart o da Schumpeter, l’uomo carismatico che va avanti per vocazione e per destino, lo Zarathustra dell’innovazione permanente, il creatore di nuovi bisogni e mercati, l’anarca artefice dell’imporsi dell’offerta sulla domanda. L’imprenditore che si muove per salire nella scala sociale e per ansia di vittoria. Non per arricchirsi. E trasforma incessantemente il mondo. Sombart paragona questo spirito a quello di Faust, una sorta di irrequietezza che fa ogni giorno i conti con la morte e qualche volta scende a patti con il diavolo per sconfiggerla e conquistarsi l’immortalità, salvo poi accettarla, a costo di tradire e beffarsi del suo demone.
A Stanford Jobs parlò della morte. È lì - disse - che si svela il senso della vita. «Il pensiero che sarei morto presto è stato il più grande aiuto che abbia avuto per prendere le decisioni importanti della mia vita. Perché praticamente tutto - tutte le aspettative del mondo esterno, tutto l’orgoglio, tutte le paure e gli imbarazzi della sconfitta -, tutte queste cose semplicemente svaniscono di fronte alla morte, lasciando solo quel che è importante. Ricordarvi che dovrete morire è il modo migliore per non cadere nella trappola, e pensare di avere qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è motivo per non seguire il vostro cuore».
È qui, in questo rapporto con la morte, che sta il quarto spicchio della mela, oltre la fame, la follia e il coraggio. Jobs è l’imprenditore della leggerezza. Il suo sogno non è fatto di acciaio e non ha bisogno di grandi bagagli. È un sogno nudo.