"Addio (vero) al centralismo Ora vi svelo la mia ricetta"

Il sindaco-filosofo Cacciari: &quot;Bisogna creare un Senato delle autonomie&quot;. La riscoperta delle città per arrivare alle macro regioni. Un saggio spiega come l'autonomia fiscale<strong> <a href="/a.pic1?ID=319100">può salvare il Mezzogiorno</a></strong>. <strong>La provocazione</strong>: <strong><a href="/a.pic1?ID=319099">&quot;Finiremo come la Cecoslovacchia&quot;</a></strong> di <em>Geminello Alvi</em>

Milano - Massimo Cacciari, sindaco di Venezia e filosofo, è uno dei politici e pensatori italiani che più ha sostenuto la necessità di una svolta federale nel nostro Paese. Lo abbiamo intervistato per fare il punto sull’opportunità, sui tempi e sul senso di una svolta politica di questo tipo.

Professor Cacciari federalismo è una parola che viene intesa in molti modi e di cui ultimamente si fa larghissimo uso. Qual è secondo lei la «ricetta federale» applicabile al nostro Stivalone?
«La parola “federalismo” viene dal latino foedus, che significa “patto”, quindi è importante che lo si intenda in modo conforme al suo etimo. Che abbia questa natura di accordo alla base».

E nei suoi aspetti pratici?
«Ci sono due dimensioni fondamentali: una istituzionale e una fiscale. Sul versante istituzionale serve una camera delle autonomie che rappresenti gli enti locali e non solo le regioni. Per intenderci le città in Italia sono una realtà storica, mentre le regioni sono un’invenzione. Quindi questo “senato” delle autonomie, e non delle regioni, dovrebbe avere come competenza, come unica competenza, la distribuzione delle risorse verso gli enti locali di cui bisogna ampliare l’autonomia finanziaria».

Un cambiamento notevole...
«Radicale. Ma non infedele rispetto all’attuale costituzione, ai germi di federalismo che contiene. Certo, poi servirebbe un rafforzamento dell’esecutivo, e personalmente non sarei contrario nemmeno alla formula del presidenzialismo... Sino ad ora questo tipo di riforma non l’ha portata avanti nessuno, anzi le modifiche che sono state fatte hanno solo aumentato il livello di casino. Confronti l’essenzialità, la bellezza anche linguistica del testo costituzionale, con la contorta complessità delle modifiche apportate dopo, come quelle al titolo quinto...».

E il versante fiscale?
«Le regioni e gli enti locali devono diventare autonomi dal punto di vista finanziario. Gestire e raccogliere autonomamente i loro fondi. La seconda camera, quella che ho chiamato “Senato delle autonomie”, a questo punto interviene allocando risorse con una funzione di equilibrio e di solidarietà. Ma lo fa su singoli progetti, per i quali le risorse locali non siano sufficienti. Niente più aiuti a pioggia, niente più perpetuo ricorso all’intervento statale...».

Le regioni a statuto speciale?
«Con un riassetto del genere le regioni a statuto speciale vedrebbero riconosciute solo le loro specificità linguistiche o quelle territoriali... Un conto è fare scuole bilingui, un conto è, altro esempio, la questione del turismo... Non c’è nessun tipo di differenza nello sviluppare il turismo in Trentino o a Belluno...».

Quanto è urgente una riforma di questo tipo?
«Ma insomma... Da quanto ho detto sin qui mi sembra evidente che il Paese non esce dalla sacca senza una riforma di questo tipo. Federalismo vuol dire distribuire le risorse in modo veloce e produttivo... Deve però essere una riforma federalistica di sistema, deve riguardare l’insieme... Pezzi di federalismo, lo spezzatino del federalismo non serve...».

Faccio l’avvocato del diavolo: il federalismo funziona in Paesi come la Svizzera o gli Stati Uniti che si sono aggregati su quella base... Nel caso italiano non rischia di disgregare la nazione?
«Se il federalismo non è aggregativo non è vero federalismo. Aver paura di un federalismo che disgrega è come aver paura di morire in barca andando in automobile... Certo, che la storia italiana abbia una lunga tradizione centralista è innegabile, come il fatto che il Paese non sia nato su base federalista. Ma io sono convinto, come ci hanno insegnato maestri come Sturzo e Miglio, che quella federale è una strada percorribile».

Anche se è dai tempi di Cattaneo e di Gioberti che in Italia i progetti federalisti restano al palo?
«Io credo che una svolta di questo tipo sia possibile, come lo credeva Miglio che su queste cose considero il mio maestro. Però non si può fare il federalismo con le regioni attuali. Il Molise non può contare come la Lombardia... Servono delle nuove macroregioni e occorre ribadire il ruolo delle città. I momenti di massimo sviluppo della nostra storia sono nati dal confronto e dalla competizione fra le città... Se poi guardiamo alla storia dell’unità nazionale è vero, il federalismo è stato massacrato. Il fronte mazziniano-sabaudo ha messo all’angolo le idee federali. Il fascismo ha cercato di cancellarle completamente. Eppure, come dicevamo all’inizio, nella nostra Costituzione le idee hanno iniziato a riemergere... Possiamo ripartire da lì senza nessuna forzatura».

Quindi federalismo sì, piccole patrie no?
«Ma cosa c’entrano? Il micronazionalismo è pura idiozia, al massimo utile per vivere di rendita elettorale... Va però dato atto alle varie “leghe” di aver riportato sotto gli occhi di tutti, a partire dagli anni Ottanta, il problema del decentramento e rilanciato le idee federali. Questa è tutt’altra questione...».